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Continuando la lettura di  'Humble Inquiry' di Edgar Schein, approfondiamo il significato attribuito alla parola Umiltà.

Umiltà, nel senso più generale del termine, si riferisce al riconoscere a qualcun altro uno status più elevato di quello che riconosciamo a noi stessi. Essere umiliati significa essere pubblicamente privati del giusto riconoscimento del nostro status, ‘perdere la faccia’. in tutte le culture è considerato inaccettabile umiliare qualcuno ma quando questo realmente avviene varia a seconda delle culture in base a quanto, in quella cultura, è considerato determinante lo status, il prestigio di cui ciascuno gode.
Pertanto, per comprendere l’‘humble inquiry’, dobbiamo distinguere tre tipi di umiltà basati su 3 diverse considerazioni dello status:

 

1) Umiltà primaria: nelle società tradizionali lo status di un individuo è determinato dalla nascita o dalla posizione sociale, l'umiltà non è una scelta, bensì una condizione. Si può accettare o soffrirne, ma non si può cambiare arbitrariamente. Nella maggior parte delle culture, l’appartenenza alle classi superiori è intrinsecamente legata allo status sociale di appartenenza alla nascita. Nelle democrazie occidentali, come gli Stati Uniti, c’è un imbarazzo nello scegliere come comportarsi in relazione allo status del nostro interlocutore quando quello raggiunto nel corso della vita non è quello di nascita. In tutte le culture, però, c’è un livello minimo di rispetto richiesto, ovvero il livello di cortesia e riconoscimento reciprocamente atteso nelle relazioni tra adulti . Tutti riconosciamo che, come essere umani, ci dobbiamo rispetto reciproco e dobbiamo agire secondo regole di civiltà.

2) Umiltà facoltativa: nelle società in cui lo status è determinato dai risultati raggiunti, tendiamo a sentirci umili nei confronti di persone che hanno raggiunto risultati migliori dei nostri, per le quali proviamo ammirazione o invidia. In questo caso possiamo scegliere se esporci o meno alla presenza chi ha ottenuto più di noi e che potrebbe farci sentire umiliati per questo.
Possiamo evitare metterci in condizioni potenzialmente umilianti, scegliendo chi frequentare e con chi confrontarci come gruppo di riferimento. In presenza di qualcuno di cui rispettiamo i risultati raggiunti invece, conosciamo le regole di rispetto e di comportamento generalmente attese, anche se queste possono variare in base alla cultura del lavoro.
Al vincitore del premio Nobel per la Fisica o il vincitore di una medaglia d’oro olimpica può capitare di sottoporsi a mentoring o a coaching da parte di altri componenti della loro comunità professionale.

3) Umiltà ‘qui e ora’. Il terzo tipo di umiltà è cruciale per la comprensione dell’ ‘Humble Inquiry’.
L’umiltà ‘qui e ora’ ha a che fare, potremmo dire, con come ci sentiamo quando siamo dipendenti da qualcuno. In questi momenti ci sentiamo inferiori perché altri sanno o possono fare qualcosa di cui abbiamo bisogno per raggiungere un obiettivo che ci è stato assegnato o che ci siamo dati. L’altro ha il potere di aiutarci o di ostacolarci in una cosa che ci sta a cuore e per questo dobbiamo essere umili, perché siamo temporaneamente dipendenti.
Possiamo anche scegliere: possiamo non perseguire obiettivi che ci rendono dipendenti dagli altri, possiamo negare la dipendenza, evitare di essere umili e così non ottenere ciò che vogliamo. In questo modo non riusciamo a svolgere le nostre attività o le sabotiamo involontariamente. Sfortunatamente le persone molto spesso preferiscono fallire nel loro intento piuttosto che ammettere la propria dipendenza da qualcuno.
Questo tipo di umiltà viene più facile da parte di un subordinato, uno studente, o un paziente perché la situazione e il contesto definiscono lo status della persona. E’ più difficile riconoscersi dipendenti, e quindi assumere un atteggiamento di umiltà, in una squadra tra pari.