La Prudenza, o saggezza pratica, è  tra le virtù cardinali quella indicata a dare la direzione alle altre tre. Non a caso, San Tommaso d’Aquino la definiva “auriga virtutum”, a guida del percorso verso il Bene già ampiamente analizzato da Aristotele secoli prima.

La trasformazione che alcuni concetti desunti dal mondo antico possono subire nel corso dei secoli ha un forte impatto sulla considerazione che possiamo maturare nei loro confronti. 

Prendiamo l’esempio della virtù cardinale della Prudenza: nella cultura attuale un atteggiamento prudente non viene visto sempre di buon occhio. Perché nel soppesare la decisione valutando i pro e i contro di una situazione, sembra mancare quello slancio dato dall’impulso, come se la rapidità decisionale fosse da considerare in ogni occasione una dote da leader. 

Diversamente, l’atteggiamento di una persona prudente non permette che la fretta travolga il proprio agire, ma pondera con attenzione le cose accadute, il momento presente e ciò che si prospetta nel futuro, per far sì che la decisione presa possa risultare lungimirante.

In cosa consiste la virtù della prudenza?

Ma nella virtù della Prudenza confluisce anche l’aspetto legato alla phronesis aristotelica, quella saggezza pratica che permette, grazie all’esperienza, di valutare cosa sia bene per l’uomo e di sapersi destreggiare nel cammino per raggiungerlo.   

La phronesis si distingue dalla sophia, la Sapienza, che rappresenta la vetta più alta della conoscenza e che si occupa di discorsi teorici e universali. 

Con la phronesis invece, possiamo stabilire come dobbiamo agire una volta scelta la migliore linea d’azione per il conseguimento del bene: avremo valutato i diversi aspetti di una questione, ne avremo estrapolato i dati salienti ed infine, avremo sottoposto l’analisi alla nostra coscienza. Per gestire meglio questo processo decisionale, la phronesis si accompagna spesso alla sophrosyne, il comportamento moderato confluito nella virtù della Temperanza.

 Prudenza come cautela o come esperienza, guardando al futuro

Esistono due iconografie di questa virtù: la prima, la più antica (così come proposta dall’interpretazione di Piero del Pollaiolo esposta nella Galleria degli Uffizi di Firenze), vede una giovane donna dall’aria autorevole assisa su un trono che tiene in una mano uno specchio, che le permette di guardarsi alle spalle. Ecco una prima simbologia che accompagna la Prudenza: l’accortezza. Ma lo specchio è un attributo che permette anche di ri-conoscersi, come sostiene il motto inciso sul tempio di Apollo a Delfi, “Gnothi seauton”, il celebre ‘conosci te stesso’, condizione indispensabile per la realizzazione del Bene. 

Nell’altra mano, la donna tiene un serpente che le si attorciglia attorno al braccio. Il serpente qui non ha una connotazione negativa, anzi: citando un passo del vangelo di Matteo (Mt, 10, 16) compare come esempio di cautela. Ma indica anche il tempo che si ripete ciclicamente, come invito a esercitare la prudenza con costanza, perché sistematicamente si presenteranno nuove occasioni nelle quali impiegare questa virtù. La Prudenza quindi, nel suo stretto legame con il tempo, porta con sé l’esperienza, strumento indispensabile per dare il giusto peso alle cose.

 

Dal tardo Rinascimento in poi possiamo trovare anche un nuovo modo di rappresentare la Prudenza, sempre saldamente legata al suo rapporto con il tempo. 

Un esempio di questa suggestiva interpretazione è rappresentato da una tela di Tiziano Vecellio, l”Allegoria della Prudenza” (1565-1570), custodita nella National Gallery di Londra: un triplice ritratto maschile, in cui sembra evidente il richiamo alle tre età dell’uomo. I soggetti rappresentati sono stati riconosciuti come un ritratto di Tiziano ormai avanti con l’età, di suo figlio Orazio, suo valido aiuto in bottega e del giovane Marco Vecelli, lontano parente avviato alla pittura dall’anziano maestro. Per il motto latino scritto sopra le teste dei tre uomini, Tiziano decise di attingere, sintetizzando il concetto, alla dichiarazione fatta da Dante Alighieri nel Convivio (IV, 27):

“Conviene adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede una buona memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona provvedenza delle future”. 

Da questa disamina, si comprende come la Prudenza sia la virtù che caratterizza un* buon* leader, che nel perseguire il bene comune cerchi anche di generare valore per tutt* adottando (e adattando all’occorrenza) strategie sul medio e lungo periodo. E che sia a volte dispost* ad essere ‘imprudente’, così come suggerisce l’originale punto di vista di Luigino Bruni. 

 

 
 
 
 

 

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