La smart city è inclusiva

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La città intelligente è inclusiva?

Questa è la domanda che alla quale abbiamo cercato di rispondere nell'evento - organizzato dal Service Sostenibilità del Canova Club di di Roma, e ospitato nella sede di PwC di Roma - che, qualche giorno fa, ho avuto il piacere di moderare.

Il titolo dell'evento era “L'intelligenza delle città come capacità di inclusione e offerta di opportunità per le giovani generazioni”.

Il presupposto che avevamo condiviso in fase di progettazione era che spesso dimentichiamo che coloro che prendono decisioni nella politica, nella società, nelle aziende appartengono al mondo degli adulti – e facilmente, nel nostro Paese, dei più che adulti - i quali, in nome della loro esperienza definiscono cosa fare, e anche cosa è necessario e utile, per le nuove generazioni. Nella migliore delle ipotesi, però, i giovani ai quali pensano le persone della mia generazione quando progettano qualcosa, sono i giovani che loro stessi sono stati, ovvero i giovani di ieri.

Raramente consideriamo, infatti, che gli abitanti della città del futuro non sono gli adulti di oggi ma sono i giovani di oggi, che nel futuro saranno adulti.

Raramente chiediamo, quindi ai giovani, che città desiderano oggi e come potrebbe e dovrebbe essere la città in cui vorrebbero vivere nel futuro. Raramente ricorriamo alla loro immaginazione che invece costituisce un bene davvero prezioso.

Perché, quando si parla di ‘smart city’, il fatto di essere nativi digitali ma anche, potremmo dire, ‘nativi sostenibili’ potrebbe agevolare non poco design davvero innovativi e fondati sulla user experience sia sul piano tecnologico che su quello sociale.

Il mancato ascolto delle voci più giovani e di processi decisionali che li coinvolgano come stakeholder fondamentali, rischiano di rallentare significativamente la crescita della nostra società e di lasciare insoddisfatti bisogni e desideri proprio dei ‘clienti’ che si vorrebbero servire.

La città, infatti, è il luogo dove i giovani cominciano il loro percorso di crescita nella società, attraverso la scuola e le attività extra scolastiche, e più avanti quando si affacciano al lavoro. E’ dove si formano la loro idea di società e la loro identità di cittadini.

Da quanto sentono di poter partecipare, di essere importanti e ascoltati dipende il loro crescere come cittadini attivi e ‘potenti’ o passivi e rassegnati.

La capacità delle città - in senso lato – e dei territori di creare equità e inclusione e favorire comportamenti diffusamente equi ed inclusivi e occasioni di concreta promozione dei giovani, diventa cruciale per avere una società più evoluta, vivace e anche, potremmo dire, comunità capaci di un costante adattamento, di costante cambiamento ovvero comunità più resilienti.

L'evento

L'evento si è concretizzato in una conversazione dai toni piuttosto informali con rappresentanti di due realtà apparentemente molto lontane tra loro: il Borgo Ragazzi Don Bosco di Roma - per il quale erano presenti come referente Lorenzo Colli e come giovane ospite del Borgo Ahmed Shelbaya - e H Farm Campus - per il quale erano presenti come referente Marco De Rossi e come giovane ospite del Campus Filippo Casellati.

Analizzando le due realtà avevo individuato molti punti di contatto e, in particolare, avevo identificato, come fattori distintivi di entrambe le esperienze, almeno due cose.

La prima, il contribuire a far crescere cittadini consapevoli e desiderosi di partecipare allo sviluppo della comunità, persone in grado di generare innovazione con l’intento di migliorare la qualità della vita nella società, di essere leader capaci di servire.  

La seconda, l’impegno nel disegnare e accompagnare progetti di sviluppo individualizzati che mette in campo una specifica capacità di vedere la vocazione di ciascun/a giovane. Per intenderci non la vocazione a fare una specifica cosa ma le sue attitudini, la sua unicità. Distinguere che caratteristiche hanno le attività che le/gli consentono di entrare nel ‘flow’ come definito in psicologia.

Il loro supporto ai giovani è nell’aiutarli a maturare consapevolezza di questi elementi, fiducia in se stessi e nel Mondo e capacità di impegno per la propria realizzazione in una vita piena e soddisfacente e non solo in senso individualistico. Poi saranno i contesti a offrire le opportunità in cui quella singola personalità potrà esprimersi e, auspicabilmente, fiorire.

La conversazione

Il dialogo ha avuto come protagonisti i ragazzi e la loro esperienza positiva di inclusione e sviluppo.

Ahmed ha 28 anni è egiziano di origine e vive in Italia da quando era bambino. Grazie all'esperienza e alla formazione ricevuta all'interno di Borgo Ragazzi Don Bosco ha potuto delineare la sua strada di vita e professionale traducendola in qualcosa in cui sentiva di poter trovare soddisfazione e riuscita. Oggi è uno specialista frigorista all'interno di una multinazionale importante e si occupa di impianti di raffreddamento industriali di enorme valore e complessità (solo per capire, le figure come Ahmed in Italia non sono più di cento). Il lavoro gli consente di vivere pienamente e con gioia anche la vita personale e della sua giovane famiglia.

Filippo ha 20 anni, è cresciuto in un piccolo paese della provincia di Treviso ed è al secondo anno di Digital Management in H-Farm College. Appassionato di innovazione, lo scorso anno in H-Farm ha fondato una startup assieme a due suoi compagni di università, Etrash è un cestino smart che automatizza la raccolta differenziata. Inoltre ora sta partecipando ad Audi We Generation, un viaggio di 5 ragazzi universitari alla scoperta dell'innovazione e della diversità. 

Ahmed e Filippo hanno condiviso con i presenti quelli che per loro sono stati i fattori di successo di contesto e i fattori di successo individuali e anche quelle che, anche alla luce di quella esperienza, potrebbero essere le aspettative e le richieste essenziali che i giovani fanno a un territorio, a una città, le caratteristiche che deve avere perché possa essere un luogo veramente inclusivo che favorisca lo sviluppo personale e sociale.

Ai referenti ho chiesto di raccontarci le due realtà, di darci il loro punto di vista sugli aspetti che rendono eccellenti ed efficaci i loro modelli educativi.

Tutti sono stati invitati a identificare gli elementi esportabili al di fuori. Cosa potrebbe essere modellato in contesto e/o su una scala differente. Cosa una amministrazione locale, una città, può imparare dai loro modelli per creare un ambiente sociale equo e inclusivo.

La conversazione è stata molto armonica e sono risuonate molte parole chiave in comune.

Innanzitutto passione, la passione che ha guidato e guida le scelte dei ragazzi e il loro impegno e che ha consentito loro di raggiungere i risultati ma anche la passione delle persone che hanno costruito e animano quotidianamente il Borgo e il Campus.

Quindi avere una visione e una missione, quella di migliorare la vita propria e degli altri cambiando le cose, agendo come enzimi di cambiamento.

Un’altra parola chiave emersa da tutti è stata relazioni. Il successo delle esperienze individuali e collettive è in gran parte legato alla capacità di costruire e abitare contesti in cui è possibile sviluppare relazioni calde, autentiche, generative con persone diverse e, soprattutto, alla possibilità di disporre di un ambiente orientato all'ascolto e allo sviluppo per offrire una ricchezza di opportunità e di esperienze umane e professionali concrete.

Quindi quali dovrebbero essere le caratteristiche di una città intelligente, della smart city, come a molti piace chiamarla?

La prima è quella di favorire, promuovere lo sviluppo armonico delle persone e delle comunità.  Mettere a disposizione spazi di qualità per l'incontro, la condivisione, la contaminazione e anche, naturalmente, la possibilità di fruire di buoni servizi di trasporto per raggiungere questi spazi. Spazi per lo sport fatto insieme, per la cultura, per la creazione.

Niente di particolarmente sofisticato e poca enfasi sulla tecnologia non perché non sia importante anzi, è un prezioso acceleratore ma di qualcosa che non è tecnologico e che è profondamente umano. La tecnologia da sola non serve.

Allora potremmo vedere SMART non solo come un aggettivo legato alle infrastrutture tecnologiche digitali di una città ma piuttosto come un acronimo che indica i fattori in grado di renderla un luogo nel quale ciascuna vita può trovare il suo posto e le sue possibilità.

Questo è il mio esercizio, incompleto.

S come Sostenibile, Sicura (dal punto di vista fisico e psicologico), Saggia, Semplice, Solidale, Sorprendente …

M come Multidimensionale, Multietnica, Multicentrica, Moltiplicatrice, Mobile …

A come Accogliente, Abilitante, Aperta, Artistica, Arricchente …

R come Resiliente, Realistica, Realizzativa, Ricca …

T come Trasformativa, Tecnologica, Trasparente …

Continuate voi!