In un contesto segnato da crisi ecologiche, sociali e demografiche, il modello economico tradizionale mostra limiti sempre più evidenti.
Questo articolo esplora la necessità di costruire nuove alleanze tra imprese, territori e comunità come risposta strategica alle sfide contemporanee.
Partendo dal superamento della logica delle esternalità e della responsabilità sociale intesa come compensazione, il testo propone una visione dell’impresa come attore di co-generazione di valore economico, sociale e ambientale.
Attraverso il riferimento al concetto di imprese 'neghentropiche', ai modelli emergenti come le Società Benefit e alle reti d’impresa, viene delineata la possibilità di un’economia territoriale più cooperativa, resiliente e rigenerativa.
Il territorio non è più sfondo passivo ma ecosistema vivo, nel quale imprese, istituzioni, terzo settore e cittadini possono costruire insieme nuove forme di sviluppo.
In questa prospettiva, la cooperazione tra imprese e la cura dei beni collettivi diventano non solo scelte etiche, ma condizioni strategiche per la sostenibilità futura delle organizzazioni e delle comunità.
Guardando alle imprese del nostro Paese, spesso ci troviamo davanti una situazione apparentemente contraddittoria e un po’ paradossale.
Molte piccole e medie imprese sentono profondamente il territorio in cui operano, lo conoscono, ci vivono, ci crescono i figli, pagano le tasse, assumono i vicini di casa.
Faticano, però, a pensarlo come un ecosistema vivo da co-costruire insieme ad altri. Il territorio resta sullo sfondo, una scenografia, un contesto dato che non viene guardato come risorsa attiva.
Questo divario tra il sentire e il pensare non è colpa di nessuno. È il frutto di decenni di cultura economica che, nutrita dalla mentalità del gioco a somma zero, ha separato l'impresa dalla comunità e ha fatto prevalere il profitto sulla coesione e sulla cura e la competizione sulla cooperazione.
Ma oggi, nel mondo in balia delle crisi ecologiche, demografiche e sociali che diventano sempre più gravi, questo modello mostra tutti i suoi limiti. E, con esso, mostra i suoi limiti anche il modo in cui le imprese si relazionano - o non si relazionano - con i territori in cui operano e con le altre imprese intorno a loro.
Per questo mi sembra utile esplorare perché e come costruire alleanze nuove: tra le imprese e il territorio, e tra le imprese stesse. Una necessità strategica e, prima ancora, una visione del mondo e una scelta di senso.
Il modello che non regge più
Per molto tempo - e ancora oggi, in larga misura - l'impresa si è concepita come un'entità separata dal contesto. Un soggetto che prende risorse dal territorio (manodopera, infrastrutture, clienti, energie), genera valore economico, distribuisce utili agli azionisti.
Gli effetti collaterali sull'ambiente, sulle comunità, sul tessuto sociale vengono chiamati ‘esternalità’, termine tecnico che tradisce già una logica: ciò che è esterno non mi appartiene, non è responsabilità mia.
Questo modello ha certamente creato ricchezza ma ha anche prodotto territori svuotati, giovani in fuga, servizi che spariscono, comunità che si sgretolano, ambiente degradato. Il conto delle ‘esternalità’ è aumentato anno dopo anno e ora pagarlo tocca a tutti, comprese le imprese stesse, che si trovano a operare in contesti sempre più fragili, con meno capitale umano accessibile, meno fiducia sociale, meno coesione.
Non è solo una questione etica, quindi. È una questione di sostenibilità del proprio modello di business. Un'impresa che erode il territorio in cui opera sta erodendo le fondamenta della propria sopravvivenza futura.
Oltre la CSR: dalla responsabilità alla cogenerazione
Negli ultimi vent'anni molte imprese hanno risposto a queste contraddizioni con la Responsabilità Sociale d'Impresa, la famosa CSR. Donazioni alle associazioni locali, sponsorizzazioni di eventi, iniziative periodiche o spot a favore dell’ambiente o del sociale e altre azioni simili. Gesti spesso sinceri, talvolta utili. Ma strutturalmente insufficienti, perché restano giustapposti al core business, non lo trasformano.
Nella logica CSR potremmo dire che si pensa così: "produco come ho sempre prodotto, ma destino una parte degli utili al bene comune". Quello che oggi si rende necessario è un pensiero diverso: "cambio il modo in cui produco, perché il bene comune diventa parte integrante del mio modello". Non più responsabilità come compensazione, ma cogenerazione di valore come strategia.
Gli economisti chiamano questo approccio Creating Shared Value: l'idea che la competitività di un'impresa e la salute della comunità in cui opera non siano in conflitto, ma profondamente interconnesse. Investire nella formazione delle lavoratrici e dei lavoratori, sostenere o partecipare a una filiera locale, prendersi cura attivamente della qualità ambientale e della coesione sociale di quel territorio, non è visto come un costo. Piuttosto, è vissuto come un investimento che ha un ritorno, anche economico.
Per le PMI, questo passaggio è spesso più naturale di quanto si pensi. Chi gestisce una piccola impresa locale ha già, nella maggior parte dei casi, una relazione profonda con il territorio. Il problema non è l'assenza di legame, ma la difficoltà di trasformarlo da legame affettivo in progetto consapevole. Da "mi importa del mio paese" a "costruisco insieme al mio paese - e a tutti i soggetti in esso presenti - una strategia condivisa di sviluppo".
Le imprese che contrastano l'entropia
Il Rapporto Italia Generativa 2024 offre a questo proposito una chiave di lettura interessante. La ricerca documenta una metamorfosi in corso nel rapporto tra impresa e territorio: lo stretto legame che le imprese stesse considerano vitale sta acquisendo nuovi caratteri, più consapevoli e strategici.
I ricercatori parlano a questo proposito di imprese neghentropiche, un termine che vale la pena spiegare. L'entropia, in fisica, è la tendenza naturale dei sistemi a disorganizzarsi, a perdere coesione e differenziazione. Applicato all'economia, descrive bene ciò che accade quando un territorio si impoverisce: frammentazione del tessuto produttivo, perdita di competenze, omologazione, declino.
Le imprese neghentropiche sono quelle che consapevolmente contrastano questo processo, non perché siano animate da puro spirito altruistico, ma perché hanno capito che la loro stessa prosperità dipende dalla salute del contesto in cui operano.
Queste imprese, racconta il Rapporto, sono capaci di mobilitare intelligenze e risorse per generare valore che è insieme economico, sociale, culturale e istituzionale.
La loro logica è dialogica, connettiva, contributiva. Il loro orizzonte è di medio-lungo periodo. E, dato significativo, le loro iniziative non nascono come reazioni a emergenze contingenti, ma sono inquadrate all'interno di una precisa strategia di sviluppo, spesso ispirata dalla tradizione imprenditoriale della famiglia o del territorio, reinterpretata alla luce delle sfide attuali.
Il Rapporto è esplicito su un punto: questa non è ancora la maggioranza dell'imprenditoria italiana. Ma "questa linea di azione è perseguita con grande convinzione da parte di un'avanguardia imprenditoriale e manageriale dinamica, lucida e coraggiosa, che sta segnando nei fatti la linea del futuro del modello italiano".
Un'avanguardia, quindi. Ma le avanguardie, quando si affermano, tendono a diventare mainstream.
Ciò che sta cambiando, rispetto al passato, è la consapevolezza: non è più possibile perseguire una crescita economica duratura senza preoccuparsi di ricostruire le condizioni sociali e ambientali che la rendono possibile.
La sostenibilità non è un vincolo imposto dall'esterno, ma una scelta strategica per restare competitivi. Un ribaltamento di prospettiva che, una volta interiorizzato, cambia tutto.
Nuove forme d'impresa come risposta istituzionale
Un ulteriore segnale importante arriva anche dall’emergere, negli ultimi anni, di nuove forme giuridiche che cercano di istituzionalizzare questa anima contemporaneamente economica e sociale dell'impresa.
Le Società Benefit, introdotte in Italia nel 2016, permettono alle imprese di includere nello statuto finalità di beneficio comune accanto a quelle economiche, rendendole vincolanti e richiedendone la misurazione.
Le imprese sociali e le cooperative di comunità - diffuse soprattutto nelle aree interne e nei borghi- nascono spesso dalla volontà collettiva di mantenere vivi servizi essenziali che il mercato e lo Stato non garantiscono più: negozi, trasporti, scuole, presidi sanitari. Diventano così non solo attori economici, ma anche presidi sociali e culturali.
Queste esperienze dimostrano una cosa importante: il profitto e la missione sociale non solo non sono incompatibili, ma anzi si ricompongono in una visione più autentica dell’impresa attrice sociale che si esprime attraverso un’attività economica. E nelle aree dove il tessuto sociale è più fragile, spesso è proprio la dimensione comunitaria a garantire la sostenibilità economica nel lungo periodo.
Per chi gestisce un'impresa tradizionale, non si tratta necessariamente di cambiare forma giuridica. Si tratta di iniziare a chiedersi: quali ‘beni collettivi' del mio territorio contribuisco a produrre o preservare? Quali relazioni sto coltivando con altri attori locali? Quale traccia lascio, oltre al bilancio annuale?
Alleanze tra imprese: la cooperazione come strategia
C'è un secondo ostacolo culturale da superare, altrettanto radicato: l'idea che le imprese siano fondamentalmente in competizione tra loro, e che collaborare significhi perdere vantaggio competitivo.
Questa visione ha una sua logica nei mercati globali, dove giganti si contendono quote di mercato su scala planetaria, ma, come sappiamo, il tessuto economico italiano è fatto in minima parte di grandi imprese.
Secondo il Rapporto Italia Generativa 2024 (italiagenerativa.it, marzo 2025), che elabora dati Eurostat comparati tra Paesi europei, il 95% delle imprese italiane attive conta meno di 10 addetti (dato riferito al 2023, con circa 4,5 milioni di imprese totali) e la dimensione media delle imprese italiane è di 4 addetti per impresa.
Un'ulteriore disaggregazione è utile: il restante 5% si suddivide in: 3,3% con 10-19 addetti; 1,4% con 20-49 addetti; 0,6% medie imprese (50-249 addetti); e solo lo 0,1% con più di 250 addetti.
Per le PMI radicate in un territorio - nella maggior parte dei casi artigiani, commercianti, piccoli produttori, studi di professionisti, imprese di servizi locali - un’aspra competizione tra vicini produce spesso solo un impoverimento collettivo. Si abbassano i prezzi al minimo, si riducono gli investimenti, si perde la capacità di attirare talento, ci si condanna a una marginalità crescente.
L'alternativa, però, non può essere un'ingenua abolizione della competizione. Si tratta, piuttosto, di costruire, accanto alla competizione, spazi di cooperazione strategica su obiettivi condivisi.
I distretti industriali italiani - una delle esperienze più studiate al mondo in questo senso - hanno dimostrato per decenni che imprese che competono sul prodotto finale possono collaborare nella formazione, nella ricerca, nell'accesso ai mercati internazionali, nella cura della qualità del territorio.
Le reti d'impresa: uno strumento giovane che cresce
Uno strumento più recente e promettente in questa direzione è costituito dalle reti d'impresa, introdotte formalmente in Italia nel 2009.
L'idea di fondo è semplice e feconda: più aziende collaborano su un progetto comune - sviluppo tecnologico, accesso a mercati, partecipazione a gare d'appalto, acquisti condivisi - mantenendo ciascuna la propria autonomia e identità.
In altre parole, poter godere di alcuni dei principali vantaggi della grande impresa senza smettere di essere piccoli.
I numeri dicono che, seppure lentamente, lo strumento sta prendendo piede. Secondo i dati più recenti dell'Osservatorio Nazionale sulle Reti d'Impresa (InfoCamere, RetImpresa, Università Ca' Foscari, 2024), a fine 2024 si contavano 9.630 contratti di rete attivi in Italia - con una crescita dell'8,1% rispetto al 2023 - che coinvolgevano circa 50.000 imprese. Un numero ancora minimo rispetto al totale delle imprese italiane, ma in crescita costante da quindici anni.
Chi fa rete? Soprattutto chi ne ha più bisogno: il 75% delle imprese in rete ha meno di 10 dipendenti. Le reti sono prevalentemente piccole, oltre l'87% conta meno di 10 imprese aderenti, e più della metà sono micro-aggregazioni di 2-3 imprese. Questo racconta una realtà di collaborazioni concrete, spesso informali, tra imprenditori che si conoscono e che condividono un territorio. I settori più attivi sono l’agroalimentare (21,8%), le costruzioni (14%) e il commercio (12,6%).
Cosa spinge a fare rete e cosa funziona davvero
Le motivazioni dichiarate dagli imprenditori che aderiscono a una rete sono abbastanza pragmatiche: aumentare il potere contrattuale (38%), sviluppare congiuntamente nuove tecnologie di processo (27%), partecipare a bandi e appalti con maggiori chance di successo (26%).
Domina ancora, cioè, una logica difensiva o opportunistica: ci si mette insieme per essere più forti di fronte a qualcosa - un fornitore, una gara, un mercato - piuttosto che per costruire qualcosa di nuovo.
Non è un male di per sé. Ma i dati dell'Osservatorio mostrano che le reti che performano meglio non sono quelle nate per opportunismo, ma quelle che si sono date finalità nuove, concrete e complementari.
In particolare, gli obiettivi maggiormente correlati con le buone performance - misurate in termini di efficacia, coesione e risultati di mercato - sono lo sviluppo tecnologico congiunto e la condivisione di risorse e forniture.
In altre parole, funziona meglio quando le imprese portano competenze diverse che si integrano, piuttosto che quando si sommano imprese simili per aumentare, solo in termini numerici, la propria forza.
Le reti si dimostrano anche più resilienti. Tra quelle che hanno subito uno shock esterno negli ultimi anni - dalla pandemia alle crisi di filiera - oltre il 65% ha dichiarato di aver recuperato la normale operatività entro l'anno, con una riduzione del fatturato contenuta entro il 10%. Un risultato che molte imprese isolate non potrebbero vantare.
Cosa non funziona o funziona poco
Come spesso accade nel business, il tallone d'Achille delle reti non è tecnico, è culturale e la sfida più difficile è quella della fiducia.
Costruire una collaborazione strutturata con qualcuno che ieri era un concorrente - o semplicemente uno sconosciuto - richiede tempo, trasparenza sulle proprie informazioni, disponibilità a cedere qualcosa in cambio di qualcos'altro.
Nella realtà delle PMI italiane, dove l'imprenditore spesso coincide con l'impresa e la riservatezza sulle proprie informazioni è quasi un riflesso condizionato, questo non è affatto scontato.
C'è poi il tema della governance: una rete funziona solo se chi vi partecipa riesce a gestire l'interdipendenza che si crea.
Quando le imprese apprendono e innovano insieme, diventano in qualche misura vulnerabili l'una all'altra. Serve quindi un sistema di regole condivise, spesso anche una figura di coordinamento e, soprattutto, una leadership diffusa: non un capo che decide in solitudine, ma la capacità collettiva di tenere vivi il senso condiviso e la direzione comune.
Un altro limite è geografico. La densità di imprese in rete è molto disomogenea sul territorio nazionale: il Friuli Venezia Giulia registra 250 imprese retiste ogni 10.000 registrate, il Lazio 173, mentre il Mezzogiorno resta significativamente indietro.
Non è un caso: nelle aree in cui il capitale sociale è più fragile e la fiducia orizzontale tra imprenditori più bassa, fare rete è più difficile. Il che crea un circolo vizioso, chi avrebbe più bisogno di cooperare coopera meno.
Infine, le reti restano ancora prevalentemente orientate alla competitività economica. La dimensione territoriale e sociale - il legame con la comunità, la cura del contesto in cui si opera - è ancora poco presente nelle motivazioni ufficiali, anche se qualcosa sta cambiando.
Un segnale nuovo: verso reti più aperte al territorio
Dall'ultimo Osservatorio un motivo di speranza appare proprio in questa apertura: sono sempre più le reti che stringono partnership con enti del terzo settore, associazioni, fondazioni e cooperative senza finalità di lucro.
Le reti si stanno lentamente aprendo verso quella logica di ecosistema territoriale che potrebbe trasformarle da semplici strumenti di efficienza economica in luoghi di cogenerazione di valore più ampio.
È ancora un fenomeno minoritario, ma indica una direzione. Quando un'impresa entra in rete non solo con altre imprese ma anche con una cooperativa sociale, un'associazione culturale, una scuola professionale del territorio, il contratto di rete smette di essere solo uno strumento competitivo e diventa qualcosa di più: un patto di comunità con una componente economica.
Esattamente l'alleanza generativa di cui il territorio ha bisogno.
Il punto chiave è che queste alleanze non nascono dal caso, né si reggono solo sulla buona volontà.
Richiedono un investimento consapevole di tempo e fiducia, spazi di incontro che non siano solo transazionali, una capacità di mettersi in gioco e di pensare a medio-lungo termine che spesso va contro le abitudini consolidate e l'urgenza quotidiana.
Il territorio come ecosistema: tutti gli attori in campo
Come già accennato all’inizio, l'idea radicata nella cultura economica degli ultimi decenni dell'impresa come entità chiusa, autodefinita e autonoma rispetto a ciò che la circonda, ha fatto molto danno.
Di pari passo con l’individualismo che si affermava tra le persone, ha contribuito a costruire il mito dell’impresa ‘isola’ che produce, compete e prospera per forza propria.
Il già citato Rapporto Italia Generativa 2024 lo definisce senza mezzi termini un errore epistemologico, ormai ampiamente superato dagli studi sulla complessità sebbene continui a orientare comportamenti, decisioni, culture organizzative.
Nella realtà, infatti, non ci sono isole ma sistemi e nel caso italiano questo è particolarmente evidente. Ogni economia avanzata - e quella italiana più di altre, con il suo tessuto di micro e piccole imprese profondamente radicate nei territori - va considerata come un insieme che vive e prospera grazie alla sua biodiversità interna, alla cura degli equilibri tra i diversi soggetti che la compongono e alle relazioni che riesce a tessere con l'ambiente circostante.
Un ecosistema, appunto, non una somma di monadi indipendenti.
Questo cambiamento di prospettiva non è solo filosofico. Ha conseguenze molto concrete su come un'impresa si pensa e si comporta.
La crescita del sistema imprenditoriale nel suo insieme dipende dalla capacità di riconoscersi interdipendenti e di creare un ambiente integrato e connesso, capace di alimentare l'imprenditorialità diffusa, di accelerarne lo sviluppo, di moltiplicarne l'impatto.
Un ecosistema imprenditoriale che funziona non si esaurisce con la presenza di aziende capaci: richiede istituzioni pubbliche e private che collaborano, regolamentazioni efficienti, un sistema formativo qualificato, credito accessibile, infrastrutture affidabili, reti collaborative che facciano circolare opportunità, conoscenza, risorse e fiducia.
Le imprese sono un attore irrinunciabile di questo ecosistema. Portano risorse economiche, competenze tecniche, capacità di fare, pragmatismo. Accanto a loro operano istituzioni locali, terzo settore, scuole e università, associazioni culturali, comunità di abitanti.
La rigenerazione di un territorio è sempre un'opera collettiva: nessuno di questi soggetti, da solo, ha tutto ciò che serve.
Il contributo specifico delle imprese diventa moltiplicativo quando smettono di pensarsi come entità separate e iniziano a costruire relazioni intenzionali con gli altri attori del loro ecosistema. Non per obbligo o per immagine, ma perché hanno capito - come le imprese neghentropiche descritte nel Rapporto - che il proprio futuro è intrecciato con quello del contesto in cui operano.
Allora ecco alcune domande concrete con cui un'impresa può iniziare un percorso in questa direzione:
chi sono gli altri attori del mio territorio con cui non ho mai parlato davvero?
Quali sono le sfide del mio contesto locale a cui potrei contribuire con le mie competenze specifiche?
Esistono già reti, tavoli, patti locali a cui potrei partecipare o contribuire a costruire?
Cosa succederebbe se dedicassi anche solo il 5% del nostro tempo e delle nostre risorse a un progetto di comunità?
Cosa può fare ognuno di noi
Non tutti i lettori di questo articolo gestiscono un'impresa. Ma tutti siamo, in qualche misura, attori economici: come lavoratrici e lavoratori, come consumatrici e consumatori, come cittadine e cittadini che scelgono dove comprare, da chi farsi servire, a quali iniziative dare sostegno e visibilità.
In una logica di etica minima - quella che preferiamo - il contributo personale può essere semplice ma non irrilevante.
Possiamo, ad esempio, preferire le imprese locali che dimostrano cura per il territorio o partecipare, quando possibile, a iniziative di co-progettazione locale. Possiamo valorizzare le esperienze di cooperazione tra imprese che funzionano, raccontarle, sostenerle e anche chiedere - come clienti, come fornitori, come cittadini - che le imprese con cui interagiamo rendano conto non solo dei loro profitti, ma anche del loro impatto sul contesto in cui operano.
E, se si è imprenditrici, imprenditori o manager, iniziare a farsi una domanda un po’ strana, forse, o scomoda: “la mia esistenza rende migliore il territorio in cui opero?”
Il cambiamento di paradigma che stiamo cercando - da un'economia estrattiva a una rigenerativa - non si fa con le norme e non si fa da soli.
Si fa attraverso migliaia di scelte quotidiane, di alleanze costruite pazientemente, investendo fiducia in progetti che non danno frutti immediati.
Le reti d'impresa che si aprono al territorio, le cooperative di comunità che tengono vivo un borgo, le PMI che scelgono di collaborare invece di competere al ribasso, le imprese che contrastano l'entropia invece di alimentarla: sono tutti frammenti di un mosaico che, messo insieme, disegna un'economia diversa.
Le imprese che scelgono questa strada non sono ‘buone’.
Sono, semplicemente, più lucide: capiscono che il loro futuro è intrecciato con quello del territorio che abitano.
E che contribuire a che quel territorio, quell’ecosistema, sia in salute - ‘stia bene’ - è, alla fine, il miglior investimento che possano fare.
Fonti e riferimenti
Dati sulle imprese italiane con meno di 10 addetti e concetto di imprese neghentropiche: Rapporto Italia Generativa 2024 (italiagenerativa.it), su elaborazione Eurostat, marzo 2025.
Dati sulle reti d'impresa: VI Rapporto dell'Osservatorio Nazionale sulle Reti d'Impresa, InfoCamere, RetImpresa, Venice School of Management – Università Ca' Foscari Venezia, 2024.
Creating Shared Value: M. Porter, M. Kramer, "Creating Shared Value", Harvard Business Review, 2011.
