Questo articolo esplora il significato profondo del radicamento come fondamento dell’ecologia integrale, della vita comunitaria e di un’economia più giusta.
Come gli alberi sopravvivono grazie a radici profonde e a reti invisibili di relazione, così anche gli esseri umani hanno bisogno di appartenere a un luogo concreto per sviluppare responsabilità, cura e consapevolezza ecologica.
Attraverso il dialogo con pensatori come Simone Weil, Wendell Berry, Arne Naess, E.F. Schumacher e con esperienze italiane di “restanza” e ritorno al territorio, il testo mostra come la cura del locale non sia un ripiegamento, ma la condizione necessaria per affrontare le sfide globali.
Radicarsi diventa così una pratica trasformativa, individuale e collettiva, capace di generare comunità resilienti, economie territoriali sostenibili e un nuovo modo di abitare poeticamente la Terra.
Nel Devon, tra le dolci colline inglesi che scendono verso l'Atlantico, i giardini di Dartington custodiscono un testimone silenzioso del tempo. Accanto a un'antica chiesa c’è quello che tutti chiamano semplicemente "il grande albero": un tasso monumentale che i botanici stimano avere tra i 1800 e i 2000 anni. Non è solo la sua età a renderlo oggetto di pellegrinaggi silenziosi, ma qualcosa di più profondo che intuiamo quando ci fermiamo davanti a lui.
Come può un albero sopravvivere così a lungo?
La risposta è nascosta sottoterra, invisibile ai nostri occhi: le radici del tasso sono tanto profonde e ampie quanto ampi e slanciati sono i suoi rami.
È una manifestazione eloquente di equilibrio, armonia e completezza. La crescita inferiore è complementare e indispensabile per la crescita superiore. Ciò che si espande verso il cielo deve essere ancorato con uguale forza nelle profondità della terra.
Anche se non le vediamo, tutti gli alberi hanno ampie e profonde radici. Sotto la superficie si estendono reti complesse, interconnessioni che collegano albero ad albero, pianta a pianta, in quella che la scienziata Suzanne Simard ha definito la "wood wide web", una rete di comunicazione e sostegno reciproco che attraversa l'intero ecosistema forestale.
Gli alberi hanno quello che potremmo chiamare ‘senso del locale’: sanno dove sono, conoscono il loro suolo, si adattano al loro specifico microclima, stabiliscono relazioni con gli organismi che condividono il loro spazio. Senza questo radicamento profondo nel particolare, non sopravviverebbero.
Il senso del locale come fondamento dell'ecologia
La lezione che riceviamo dagli alberi ha implicazioni profonde per noi umani. Non possiamo pensare di ‘salvare il pianeta’ se non ci prendiamo cura del singolo luogo al quale apparteniamo.
Non possiamo occuparci degli interessi della comunità globale e, distrattamente, trascurare la comunità locale.
"Grande è bello solo se è bilanciato dalla bellezza del piccolo", dice Satish Kumar, fondatore dello Schumacher College. "Se noi lasciamo che il piccolo perda d'importanza, allora un giorno anche il grande perirà".
Questo paradosso apparente – che per salvare il globale dobbiamo curare il locale – è in realtà la chiave per comprendere la crisi ecologica che attraversiamo.
La nostra epoca è caratterizzata da una disconnessione radicale: viviamo in luoghi che attraversiamo senza abitare, consumiamo risorse senza conoscerne la provenienza, prendiamo decisioni i cui effetti ricadono su territori lontani che non vedremo mai.
“Essere radicati è forse il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana”, scrive la filosofa Simone Weil in uno dei suoi passaggi più emblematici.
Il radicamento non è soltanto un legame fisico o culturale, ma una linfa vitale che nutre l’individuo, un flusso invisibile che dà senso alla sua esistenza. L’autrice lo descrive come un legame quasi organico, simile a quello di un albero che trae forza dal terreno, che non si riduce a una mera dipendenza: il radicamento è una relazione reciproca, un equilibrio delicato tra radici che affondano e rami che si protendono verso l’ignoto.
Questa metafora dell’albero si pone in netto contrasto con le dinamiche della modernità, che “sradica” l’uomo, lasciandolo sospeso in un vuoto di significato.
Lo sradicamento non è solo una condizione fisica – il vivere lontani dal luogo di origine – ma soprattutto una condizione esistenziale: è il non appartenere più a nessun luogo in particolare, il non sentire più la responsabilità verso uno spazio specifico, il perdere quella sensibilità sottile che ci permette di percepire i cambiamenti, di notare quando qualcosa non va, di intervenire prima che sia troppo tardi.
Le conseguenze dello sradicamento
Wendell Berry, poeta agricoltore del Kentucky, ha dedicato la sua vita a esplorare le conseguenze dello sradicamento.
Nei suoi saggi descrive come l'abbandono delle campagne, la perdita delle competenze agricole tradizionali, la rottura del legame tra chi produce e chi consuma abbiano non solo devastato i territori rurali americani, ma minato le basi stesse della democrazia e della comunità.
Quando nessuno conosce più da vicino la terra, quando il cibo diventa un prodotto anonimo che arriva da chissà dove, perdiamo anche la capacità di giudizio, di discernimento, di responsabilità.
Lo sradicamento produce una forma peculiare di cecità ecologica.
Non vediamo più le conseguenze delle nostre azioni perché si producono altrove, lontano dai nostri occhi. Il fast fashion inquina fiumi in Bangladesh, allo smartphone servono terre rare estratte in Congo, l'olio di palma fa distruggere foreste in Indonesia.
Ma noi, consumatori sradicati, non vediamo queste connessioni perché non apparteniamo più a nessun luogo abbastanza profondamente da sentirne il dolore quando viene ferito.
Il filosofo norvegese Arne Naess, padre dell'ecologia profonda, parlava dell'importanza di sviluppare quello che chiamava un "Sé ecologico": un senso di identità che si estende oltre i confini della nostra pelle per includere il luogo in cui viviamo, l'ecosistema di cui facciamo parte. Ma questo Sé ecologico non può svilupparsi in un astratto luogo globale. Ha bisogno di radicarsi nel concreto, nel particolare, nel locale.
Appartenere a un luogo come pratica trasformativa
Cosa significa, concretamente, appartenere a un luogo?
Non è solo viverci, non è nemmeno amarlo in modo romantico. L'appartenenza è una pratica quotidiana di attenzione, cura e responsabilità.
È conoscere i nomi delle piante che crescono spontanee, riconoscere il ritmo delle stagioni, notare quali uccelli arrivano e quali partono. È sapere da dove viene l'acqua che beviamo e dove vanno i nostri rifiuti. È conoscere i propri vicini, partecipare alla vita della comunità, contribuire al bene comune.
L'appartenenza richiede tempo. Gli alberi impiegano anni per sviluppare radici profonde.
Anche noi abbiamo bisogno di tempo per ‘radicarci’ in un luogo, per sviluppare quella conoscenza intima che nasce solo dallo ‘starci’ abbastanza a lungo.
Ma la nostra epoca premia la mobilità, insegue il cosmopolitismo, valuta positivamente chi è sempre altrove. Per fare carriera in un’organizzazione bisogna essere disponibili a muoversi ogni pochi anni, il nomadismo digitale è diventato un ideale per molti giovani professionisti.
Ma cosa accade quando nessuno resta abbastanza a lungo da prendersi cura di un luogo?
Scott Russell Sanders, scrittore e saggista americano, ha riflettuto profondamente su questo tema nel suo saggio "Staying Put".
Mentre la cultura americana celebra i pionieri sempre in movimento verso nuove frontiere, Sanders rivendica il valore di chi resta, di chi sceglie di radicarsi e di prendersi cura di un luogo specifico nel tempo.
"Non c'è luogo perfetto", scrive. "Ogni luogo ha i suoi problemi, le sue contraddizioni. Ma è scegliendo di restare, di impegnarsi con le difficoltà specifiche di un territorio, che sviluppiamo la saggezza necessaria per vivere bene".
Il paradosso della globalizzazione
Oggi viviamo frequentemente un paradosso: possiamo comunicare istantaneamente con persone dall'altra parte del mondo e conosciamo sempre meno i nostri vicini, ci indigniamo per la deforestazione dell'Amazzonia e ignoriamo il degrado del parco sotto casa, firmiamo petizioni online per salvare specie minacciate in continenti lontani e non sappiamo riconoscere gli alberi lungo la strada nella quale abitiamo.
Non c'è nulla di sbagliato nella preoccupazione per il globale, naturalmente.
La crisi climatica è un problema planetario che richiede soluzioni coordinate su scala mondiale.
Ma questa consapevolezza globale si affianca - non può sostituire - alla responsabilità per il locale. Anzi, come ci ricorda Satish Kumar, è proprio l'impegno profondo nella dimensione locale che ci dà la competenza, la saggezza e la motivazione necessarie per affrontare le sfide globali.
Quando apparteniamo veramente a un luogo, sviluppiamo quella che il famoso ambientalista americano Aldo Leopold chiamava "etica della terra": un senso di responsabilità che si estende oltre l'interesse umano immediato per abbracciare l'intera biosfera. Un’etica che può emergere solo dall'esperienza diretta, dalla relazione quotidiana con un ecosistema specifico.
Economia, ecologia ed equità
È necessario che l'economia riconosca come criteri e parametri di riferimento quelli dell'ecologia, dell'etica e dell'equità. Ma perché questo avvenga, è essenziale che ciascuno metta radici dove vive ritrovando il collegamento con il proprio luogo di appartenenza, e se ne prenda cura, qualunque esso sia.
L'economista E.F. Schumacher, nel suo rivoluzionario "Small is Beautiful", aveva intuito che i problemi economici sono fondamentalmente problemi di scala e di luogo.
Un'economia che ignora i limiti ecologici del territorio in cui opera è destinata al collasso.
Un'economia che non tiene conto delle specificità locali – il clima, il suolo, le tradizioni, le competenze – produce inefficienza, spreco e ingiustizia.
L'economia locale, come la chiama Schumacher, parte dal territorio. Chiede: cosa può produrre bene questo luogo specifico, con le sue caratteristiche uniche? Quali competenze ‘storiche’ esistono qui? Come possiamo valorizzare le risorse locali senza depauperarle? Come possiamo creare cicli economici che si chiudano localmente, riducendo i trasporti e gli sprechi?
Queste domande possono sembrare un ritorno al passato, una rinuncia ai vantaggi della globalizzazione. Ma in realtà sono la via verso un futuro più resiliente.
Le comunità radicate, che mantengono una diversità in termini di competenze e di produzioni locali, sono molto più capaci di affrontare le crisi – climatiche, economiche, sanitarie – rispetto a territori completamente dipendenti da catene di approvvigionamento globali fragili e opache come ci ha confermato la nostra storia degli ultimi anni.
La terra che ci sostiene
Se tutti avessimo a cuore la nostra casa, il nostro luogo, la nostra comunità, la terra che ci sostiene e la biosfera, sentendocene parte integrante - quali siamo -, il risultato collettivo che ne deriverebbe sarebbe, come conseguenza logica della struttura stessa degli ecosistemi, il benessere dell'intero pianeta.
Come gli alberi sono connessi attraverso le loro reti di radici sotterranee, così i luoghi sono connessi attraverso i cicli dell'acqua, dell'aria, delle stagioni. Quello che facciamo qui ha conseguenze altrove. Ma è solo radicandoci qui, sviluppando quella conoscenza intima del territorio che nasce dall'appartenenza, che possiamo agire in modo ecologicamente saggio.
Quando apparteniamo a un luogo, apparteniamo al pianeta. Percepiamo che siamo parte di qualcosa di più grande, che dipendiamo da sistemi complessi che ci precedono e ci supereranno e questa percezione genera umiltà, cura, responsabilità.
Al contrario, se lasciamo in abbandono il nostro territorio, perdiamo la Terra intera.
Perché è il disinteresse per il particolare che ci rende ciechi al generale.
È l'indifferenza verso questo fiume, questo bosco, questa comunità che si espande fino a diventare indifferenza verso il destino stesso del Pianeta.
Radicarsi nel tempo presente
Come possiamo, concretamente, ricominciare a mettere radici?
Non c'è una risposta unica, perché ogni luogo è diverso e richiede forme diverse di appartenenza. Ma alcuni principi possono guidarci.
Rallentare: le radici hanno bisogno di tempo per crescere. Fermiamoci abbastanza a lungo in un luogo da poterlo conoscere veramente, sviluppiamo quella sensibilità anche ai micro-cambiamenti che nasce solo dalla presenza prolungata.
Apprendere: chiediamo a chi abita qui da più tempo, a chi conosce la storia del territorio, come si è trasformato nel tempo. Studiamo la geologia, l'idrologia, la flora e la fauna locali per conoscere e comprendere il luogo di cui siamo parte.
Contribuire: l'appartenenza non è passiva. Richiede partecipazione attiva alla vita della comunità, impegno per il bene comune, cura concreta degli spazi condivisi magari partecipando a una giornata di pulizia di un parco o di una spiaggia, o addirittura impegnandosi in progetti di rigenerazione urbana.
Celebrare: l'appartenenza si rafforza attraverso rituali, feste, momenti di celebrazione collettiva che ci ricordano di essere parte di una comunità più ampia e ogni luogo ha specificità che meritano di essere celebrate: i prodotti stagionali, le tradizioni, i paesaggi.
Ritorno al territorio: esperienze e pratiche dall’Italia
In Italia, il tema del radicamento e del ritorno al territorio ha assunto negli ultimi anni una rilevanza particolare, anche come risposta concreta alla crisi dei piccoli centri e allo spopolamento delle aree interne.
Non si tratta solo di riflessioni teoriche, ma di scelte di vita che stanno ridisegnando il rapporto tra città e campagna, tra modernità e tradizione.
Franco Arminio, poeta e "paesologo" lucano, ha fatto dello stare e del tornare il centro della sua opera letteraria e del suo impegno civile.
La sua "paesologia" è precisamente una pratica di radicamento: attraversare i paesi dell'Appennino, ascoltarne le voci, documentarne la vita residua ma resistente.
"I paesi sono come persone", scrive Arminio. "Vanno ascoltati uno per uno, con pazienza".
Il suo non è uno sguardo nostalgico su un passato idealizzato, ma uno sguardo lucido sulla una possibile "restanza" – neologismo che ha contribuito a diffondere – come scelta attiva e politica.
Restare, per Arminio, non è subire l'impossibilità di andarsene, ma scegliere consapevolmente di abitare i margini, di prendersi cura dei territori fragili che l'Italia sta abbandonando.
Vito Teti, antropologo calabrese, ha dedicato anni di ricerca al fenomeno dei paesi abbandonati e alla dialettica tra restare e partire.
Nel suo libro "Il senso dei luoghi", Teti esplora come la memoria dei luoghi perduri anche dopo lo spopolamento, come i paesi fantasma continuino a vivere nella memoria di chi è partito. Ma soprattutto analizza il fenomeno del 'ritorno': non più l'emigrazione definitiva di un tempo, ma movimenti circolari, stagionali, temporanei.
Giovani che tornano nei paesi d'origine dei nonni per avviare attività agricole innovative, professionisti che scelgono il lavoro da remoto per vivere nei borghi, anziani che dopo una vita in città decidono di riappropriarsi delle case di famiglia.
"Il ritorno", scrive Teti, "non è mai un tornare indietro, ma un andare avanti con una consapevolezza diversa".
Particolarmente significativo è il movimento dei "nuovi montanari" documentato da Giuseppe Dematteis, geografo che ha studiato il ripopolamento delle Alpi. Giovani coppie che scelgono di vivere in valle, allevatori che recuperano razze autoctone, artigiani che riscoprono tecniche tradizionali come modelli economici sostenibili.
Non sono flussi di massa, ma segnali di un cambiamento culturale profondo: la riscoperta della montagna come territorio da abitare, con tutte le sue difficoltà e le sue opportunità non solo da vivere in vacanza.
Un caso emblematico è quello di Ostana, piccolo comune occitano in Valle Po (Cuneo), che negli anni Ottanta contava appena 5 residenti e oggi ne ha oltre 80, con un'età media che si è abbassata significativamente. Il recupero è stato possibile grazie a un progetto culturale prima ancora che economico: la valorizzazione della lingua occitana, il restauro rispettoso dell'architettura tradizionale, la creazione di attività economiche legate al territorio. Ostana dimostra che il ritorno è possibile quando c'è un progetto di comunità, non solo incentivi economici.
Paolo Rumiz, giornalista e scrittore triestino, nei suoi viaggi a piedi lungo gli Appennini e le Alpi ha documentato storie di chi ha scelto di restare o tornare. Nel suo "La cotogna di Istanbul" e poi in "Il filo infinito", Rumiz incontra pastori che resistono, artigiani che tramandano saperi antichi, giovani che sperimentano nuove forme di comunità.
La sua testimonianza è importante perché non idealizza: racconta anche la solitudine, la fatica, le infrastrutture carenti. Ma al tempo stesso restituisce dignità e senso a scelte che la narrazione dominante considera marginali o anacronistiche.
Alberto Magnaghi, urbanista e fondatore della Società dei Territorialisti e delle Territorialiste, ha elaborato il concetto di "coscienza di luogo" come fondamento di un nuovo progetto di sviluppo locale autosostenibile.
Per Magnaghi, il territorio non è un supporto neutro delle attività umane, ma un "soggetto vivente" con cui instaurare relazioni di cura e reciprocità.
Il suo approccio territorialista propone di ripartire dalle specificità dei luoghi – le loro memorie, i loro saperi contestuali, i loro patrimoni – per costruire economie locali capaci di auto-riprodursi senza dipendere da flussi esterni.
In ultimo ricordiamo il lavoro di Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, che ha fatto della difesa dei territori e delle comunità locali il cuore della sua battaglia per un'alimentazione buona, pulita e giusta.
L'idea delle "comunità del cibo" di Terra Madre è precisamente un modo di riconnettere produttori e consumatori su base territoriale, di ricostruire economie alimentari locali che valorizzino la biodiversità e i saperi tradizionali attraverso nuove forme di radicamento che integrano saperi antichi e tecnologie contemporanee.
Un fenomeno significativo è anche quello delle Cooperative di Comunità, nate proprio per contrastare lo spopolamento e riattivare economie locali. Da nord a sud, centinaia di comunità hanno scelto di riprendere in mano il proprio destino riaprendo un negozio, gestendo collettivamente un rifugio, recuperando terre incolte, avviando produzioni artigianali.
Sono esempi concreti di come l'appartenenza al territorio possa tradursi in progetti economici sostenibili e inclusivi.
Tutte queste esperienze ci dicono che in Italia il tema del radicamento ha una particolare urgenza e al tempo stesso una ricchezza di sperimentazioni straordinaria.
Il nostro è un paese di mille campanili, di identità locali forti, di diversità paesaggistiche e culturali uniche che ha vissuto trasformazioni violente come l’abbandono delle campagne e delle montagne, la crescita caotica delle periferie urbane, la perdita di saperi e tradizioni.
Il ritorno al territorio, in questo contesto è una necessità esistenziale ed ecologica che riconosce che senza cura dei luoghi particolari non c'è futuro possibile, che senza il mantenimento di una presenza umana diffusa e consapevole il territorio si degrada e con esso la nostra stessa possibilità di abitare interamente questo Paese.
Il grande albero di Dartington e la metafora delle radici
Il grande albero di Dartington ci insegna che la grandezza visibile si regge su ciò che non vediamo, sulle radici profonde, sull'ancoraggio al luogo.
La nostra cultura individualista tende a celebrare solo ciò che emerge, ciò che si vede, ciò che si espande verso l'alto che, però, senza radici, è fragile e pronto a crollare alla prima bufera.
Il radicamento in un luogo è l'antidoto all'individualismo ipertrofico della nostra epoca.
Ci ricorda che siamo sempre parte di qualcosa di più grande: una comunità, un ecosistema, una storia che ci precede e ci supererà.
Questa consapevolezza ci toglie l'illusione di essere autosufficienti e ci fa sentire ‘parte’ di qualcosa di più duraturo di noi stessi offrendoci un’identità situata concreta, onesta, capace di generare responsabilità autentica.
Il filosofo Martin Heidegger parlava dell'importanza di "abitare poeticamente" la terra.
Abitare, non solo occupare uno spazio. Abitare poeticamente, cioè con quella qualità di attenzione che trasforma il semplice stare in un luogo in un atto di creazione di significato.
Questa è forse la pratica più urgente del nostro tempo: imparare di nuovo ad abitare, a mettere radici, ad appartenere a un luogo, connessi al Tutto per attraversare le crisi del nostro tempo e costruire un futuro in cui la vita, in tutte le sue forme, possa prosperare.
