In un tempo segnato da crisi di fiducia, disuguaglianze e frammentazione sociale, l’articolo esplora la necessità di ripartire dai territori come luoghi privilegiati per rigenerare partecipazione, cittadinanza attiva e democrazia sostanziale.
Il territorio emerge non come semplice spazio fisico, ma come ecosistema vivente di relazioni, cultura, memoria e futuro. Attraverso esempi di pratiche partecipative, esperienze di comunità, imprese di territorio, iniziative culturali e modelli di amministrazione condivisa, il testo propone una nuova alleanza tra cittadini, istituzioni, imprese, Terzo Settore, cultura e giovani generazioni.
Al centro, il paradigma della cura come pratica politica trasformativa, capace di generare agency, intelligenza collettiva e visioni di lungo periodo. Ripartire dai territori significa praticare una democrazia profonda, quotidiana, radicata nei luoghi della vita concreta, dove il globale prende forma nel locale e il futuro si costruisce insieme.
C’è una cosa che unisce le singole persone, le comunità, le imprese, le organizzazioni del Terzo settore, le istituzioni: è il territorio. Questo non è uno spazio neutro che viene occupato, ma è natura, storia, cultura, economia, energia, genius loci.
Una risorsa di tutti e per tutti, il bene comune per definizione, il sostrato indispensabile per lo sviluppo di tutte le componenti che però ha bisogno di consapevolezza e di cura affinché questo sviluppo sia armonico, generativo di valore per tutti e non estrattivo a vantaggio di pochi, rispettoso dei valori umani e costituzionali tra i quali, ricordo l’art. 9 nella sua formulazione più recente e completa.
Questa: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.”
Consapevolezza e cura sono figlie della partecipazione attiva, uno strumento, una pratica che in questo nostro tempo vive una condizione paradossale: mai come oggi siamo stati circondati da strumenti di espressione, consultazione, comunicazione e mai come oggi la partecipazione sembra fragile, intermittente, minoritaria.
Le persone parlano, commentano, reagiscono, ma faticano a sentirsi parte. Faticano a riconoscere luoghi, processi e relazioni nei quali il proprio contributo possa davvero incidere.
Negli ultimi anni la parola ‘partecipazione’ è diventata onnipresente, compare nei bandi, nei documenti strategici, nei piani di sviluppo sostenibile. Ma, come spesso accade alle parole più importanti, ha perso progressivamente spessore. Se la partecipazione diventa una procedura, un format, una casella da spuntare nel piano di stakeholder engagement, smette di essere trasformativa.
La crisi della partecipazione non è solo una crisi di fiducia nelle istituzioni.
È una crisi più profonda, che riguarda il rapporto tra le persone e la possibilità di immaginarsi come soggetti attivi del proprio contesto di vita. È una crisi di cittadinanza e una crisi di agency, di fiducia nella possibilità e capacità di avere impatto.
Nei territori, infatti, le persone vedono bene la distanza tra le parole e i fatti, tra le promesse e le possibilità reali. Qui la partecipazione non può essere simulata: o genera effetti visibili, oppure perde rapidamente legittimità.
"La partecipazione attiva è quel dispositivo che consente al singolo di avere impatto in termini di espressione, potere e azione su processi che hanno una dimensione collettiva".
Questa definizione, riportata in un recentissimo lavoro della Fondazione Compagnia di San Paolo che è culminato nel libro “Parole di partecipazione attiva”, cattura l'essenza di ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno: ridare alle persone la possibilità di incidere concretamente sul proprio futuro, a partire dai luoghi in cui vivono.
Luoghi che costituiscono, innanzitutto, una trama di legami: relazioni tra persone, tra persone e spazi, tra generazioni, tra memoria e futuro. Un territorio è un ecosistema vivente fatto di competenze sedimentate, storie condivise, pratiche quotidiane, aspirazioni collettive.
Per questo sarebbe necessario ripartire davvero dai territori, ripartire da questa ricchezza relazionale, spesso invisibile alle statistiche ma fondamentale per la vita delle comunità.
L'urgenza della partecipazione in tempi di crisi
La domanda di partecipazione si è fatta negli ultimi anni pervasiva, alimentata dalle crescenti disuguaglianze e dalla perdita di fiducia nelle istituzioni tradizionali.
Come scrive Ilvo Diamanti nel commento alla ricerca LaPolis-Università di Urbino, “[…] dopo la fine della stagione del Covid[…] stiamo affrontando con preoccupazione la stagione delle guerre. […] Gli effetti di questi avvenimenti sul clima di opinione appaiono evidenti nella percezione degli italiani nei confronti delle istituzioni e dello Stato. Che fanno osservare un calo di fiducia generalizzato. […] Partiti e Stato, in altri termini, rischiano di diventare un participio passato. Perché i partiti sono partiti, non si sa verso dove. Mentre lo Stato è stato. Cioè, scivola nel passato. Tuttavia, senza partiti e senza Stato non declina solo la democrazia ma lo stesso sistema dei servizi che accompagna e regola la nostra vita. Senza la fiducia e la partecipazione dei cittadini non c’è la speranza di governare il Paese”.
Per questo, oggi, sembra emergere con forza la necessità di costruire qualcosa di completamente diverso: una democrazia che funzioni dal basso, radicata nei territori.
Otto Scharmer, docente del MIT di Boston che ha proposto il modello per la trasformazione dei sistemi sociali noto come “Theory U”, afferma - e non possiamo che essere d'accordo - che stiamo vivendo una "rottura tra l'interesse personale e il benessere collettivo".
Il territorio può essere il luogo privilegiato nel quale ricucire questa frattura, perché è qui che le conseguenze delle nostre azioni diventano visibili e tangibili, qui che la cooperazione non è retorica ma necessità quotidiana.
Perché sappiamo che la necessità genera creatività. Quando i servizi pubblici arretrano, quando lo Stato sembra assente, le comunità sono costrette a inventare soluzioni, a cooperare, a prendersi cura collettivamente di ciò che altrimenti andrebbe perduto. Nascono così esperienze di gestione comunitaria di beni comuni, di mutualismo, di economia circolare e solidale.
Accade anche, talvolta, un ‘ritorno’ consapevole ai territori marginali da parte di giovani – spesso con alte qualificazioni – che scelgono di restare o tornare per costruire progetti di vita e di lavoro.
Non si tratta di nostalgia o di rifugio, ma di una scelta politica: quella di dimostrare che altri modelli di sviluppo sono possibili, che la qualità della vita non si misura solo in termini economici, che abitare i margini può essere un atto di resistenza creativa.
Questi 'abitanti consapevoli delle aree interne' portano competenze, reti, visioni che si intrecciano con i saperi locali, generando ibridazioni feconde. Aprono agriturismi che sono anche presidi culturali, avviano produzioni agricole che sono anche pratiche di cura del paesaggio, creano imprese sociali che rigenerano edifici abbandonati trasformandoli in spazi di comunità.
Ad esempio, in diversi comuni montani del Piemonte e della Valle d'Aosta, le comunità hanno sperimentato forme innovative di gestione collettiva come:
- patti per la montagna che coinvolgono abitanti, istituzioni locali e associazioni nella definizione di priorità e strategie
- cooperative di comunità che gestiscono servizi altrimenti non sostenibili (negozi, trasporti, servizi alla persona)
- progetti di rigenerazione di edifici storici come spazi multifunzionali
- scuole di comunità che diventano presidi culturali oltre che educativi.
Esperienze come queste dimostrano che la partecipazione è una strategia di resilienza indispensabile proprio nei contesti di maggiore fragilità, non un lusso per tempi di abbondanza.
L'intelligenza collettiva dei luoghi
Accanto alle aree interne, anche i contesti urbani mostrano una ricchezza di esperienze partecipative, spesso con caratteristiche diverse ma complementari.
In alcune città stanno crescendo ‘Case del Quartiere’ - spazi di comunità che offrono ai cittadini occasioni di incontro come rassegne culturali, sportelli sociali, laboratori di autoproduzione e attività per facilitare, stimolare e attivare esperienze di cittadinanza attiva – e reti delle stesse e iniziative come le Portinerie di Comunità come punto di riferimento per servizi di prossimità che agiscono in maniera proattiva per agevolare la costruzione di reti sociali che rafforzano il senso di comunità.
Come sottolinea il documento della Fondazione Compagnia di San Paolo già citato, esistono "beni collettivi locali per la competitività" che includono capitale sociale, infrastrutture, competenze specialistiche e servizi di supporto. Tuttavia, questi beni – urbani o rurali che siano – rischiano di rimanere inespressi senza processi che li attivino e li mettano a sistema.
Il filo rosso che lega esperienze anche molto diverse è la cura: cura dei luoghi, cura delle relazioni, cura dei beni comuni, cura delle generazioni future.
In montagna come in periferia, nei piccoli borghi come nelle metropoli, ciò che conta è la capacità delle comunità di riconoscersi, organizzarsi e agire collettivamente.
Una nuova alleanza: oltre i silos
La trasformazione dei territori – siano essi centrali o periferici, urbani o rurali – richiede quella che potremmo chiamare una ‘alleanza’ generativa: un patto tra cittadini, istituzioni, imprese, terzo settore e mondo della cultura che superi le logiche verticali e settoriali per abbracciare un approccio ecosistemico.
Questo può consentire anche di riscoprire la capacità di desiderare e immaginare il bene oltre l’individuo, lo stupore per l'inatteso e il piacere dello stare insieme impegnandosi nella realizzazione di una visione condivisa.
Cittadini: da destinatari a protagonisti
È vero, chi prende parte ai processi collettivi è, oggi, solo una minoranza della popolazione. Bisogna quindi trovare modi nuovi per ampliare e diversificare la base sociale coinvolta, superando l'autoreferenzialità che spesso caratterizza i processi partecipativi.
Nel momento in cui il mondo e la società appaiono sempre più frammentati e le disuguaglianze sociali sempre più nette e polarizzate, quando la sopravvivenza stessa del senso di comunità – e delle comunità concrete - sembra essere in gioco, le barriere possono cadere più facilmente e coinvolgere in progettualità comuni persone di età, estrazione sociale e orientamento politico diversissimi. Molte delle esperienze positive, mostrano quanto la necessità sia un potenziale potente agente di inclusione.
Per questo diventa cruciale:
- andare a cercare chi non c'è, non limitarsi ai ‘soliti noti’
- creare spazi accessibili fisicamente, cognitivamente e culturalmente
- riconoscere e valorizzare forme di partecipazione informali e ‘invisibili’
- accettare il conflitto come dimensione generativa.
Istituzioni: dal controllo alla facilitazione
Le istituzioni devono mostrarsi capaci di passare da un ruolo di comando e controllo a uno di facilitazione e abilitazione perché partecipare non significhi solo prendere parte passivamente a un processo ma possa essere sempre occasione per portare il proprio contributo.
Le istituzioni devono creare le condizioni perché questo avvenga davvero, non limitarsi a consultazioni formali.
Un esempio virtuoso in questo senso sono i Patti di Collaborazione previsti dal Regolamento sull'Amministrazione Condivisa: strumenti che permettono a cittadini e istituzioni di co-progettare e co-gestire interventi sui beni comuni, ridefinendo i confini tra pubblico e privato, tra stato e comunità.
Imprese: dalla responsabilità alla co-creazione
Anche le imprese non possono più limitarsi a logiche di CSR (Corporate Social Responsibility - Responsabilità sociale d'Impresa). È tempo di un approccio di Creating Shared Value (creazione di valore condiviso), in cui il benessere del territorio diventa parte integrante del modello di business.
Nelle aree interne, per esempio, esistono numerosi casi documentati di imprese di comunità: realtà economiche che nascono dalla volontà collettiva di mantenere servizi essenziali (negozi, rifugi, trasporti) ma che diventano anche presidi sociali e culturali. Queste esperienze mostrano che:
- l'impresa può essere strumento di coesione sociale oltre che di produzione economica
- il profitto non è incompatibile con la missione sociale
- esistono diverse nuove forme giuridiche (cooperative di comunità, società benefit, imprese sociali) che consentono la doppia finalità economica e sociale.
Anche le imprese tradizionali, tuttavia, possono giocare un ruolo importante se accettano di:
- investire in beni collettivi locali (infrastrutture, formazione, cultura)
- adottare pratiche di economia circolare e rigenerativa
- costruire partnership strutturali con altri attori territoriali
- rendere conto alle comunità, non solo agli azionisti.
Terzo Settore: ponte tra mondi diversi
Il Terzo Settore gioca un ruolo cruciale come possibile ‘traduttore’ tra linguaggi, logiche e temporalità diverse. Le organizzazioni della società civile possono, infatti:
- facilitare processi partecipativi con competenze specifiche
- presidiare la dimensione relazionale e di prossimità
- contribuire attivamente alla costruzione di reti solidali creative cui partecipino anche le realtà for profit superando logiche competitive
- garantire continuità oltre i cicli progettuali brevi
- rappresentare istanze altrimenti inascoltate.
Questo richiede anche alle realtà del Terzo Settore di evolvere, di uscire da meri ruoli di supplenza all’assenza di servizi pubblici e da logiche assistenziali e di non sentirsi moralmente ‘migliori’ delle realtà dichiaratamente economiche.
Cultura e arte: motori di immaginazione
Arte e cultura sono sempre stati e sono, per loro natura, strumenti di trasformazione, motori potente nella costruzione di una nuova cittadinanza perché:
- aprono spazi di immaginazione del possibile
- creano linguaggi condivisi oltre le barriere
- favoriscono l'espressione e l'empowerment
- generano ‘eco emotive’ che muovono all'azione.
Sempre più, nei territori, la cultura è leva di rigenerazione territoriale: festival che hanno rivitalizzato borghi, residenze artistiche che hanno creato nuove economie, biblioteche che sono diventate spazi di comunità, musei che hanno riattivato memorie collettive.
Attraverso la cultura le comunità si raccontano, elaborano traumi, immaginano futuri, costruiscono identità plurali e aperte.
Risvegliare l'agency nei giovani
Un'attenzione particolare va rivolta alle nuove generazioni, che vivono quella che il filosofo belga Pascal Chabot chiama "afuturalgia": il dolore di sentirsi privati di un futuro.
I dati sono allarmanti: mentre nel post-Covid gli adulti sembrano aver recuperato in buona misura il proprio benessere, per i giovani sotto i 24 anni è migliorato solo il 44% degli indicatori, mentre il 43% è peggiorato.
Come risvegliare l'agency tra i giovani?
Non certo con le retoriche abusate del "futuro che siete voi". Serve piuttosto riconoscere loro un potere reale.
I giovani (quelli 'veri', per intenderci la GenZ e quelle successive) devono poter incidere davvero sulle decisioni, non essere semplicemente ‘consultati’. Questo esige che abbiano:
- rappresentanza effettiva negli organi decisionali
- budget dedicati su cui esercitare autonomia
- possibilità di sperimentare e anche fallire
- accesso agli spazi e alla terra (cruciale nelle aree interne dove il rischio di abbandono può creare opportunità).
Servono anche modalità di partecipazione che rispecchino le sensibilità contemporanee utili per costruire alternative concrete (come, ad esempio, spazi culturali autogestiti, imprese sociali, botteghe artigiane, agroalimentare innovativo, turismo lento), non solo criticare l'esistente.
Servono spazi e processi che permettano l'incontro tra generazioni su basi di reciprocità, non di paternalismo.
Nei piccoli contesti questo dialogo è facilitato: la prossimità quotidiana abbatte le barriere generazionali. Anziani che trasmettono saperi agricoli a giovani neoruralisti, giovani che insegnano tecnologie digitali a pensionati, progetti intergenerazionali di cura del paesaggio.
Nei contesti urbani i luoghi della cultura e gli spazi di prossimità (biblioteche, case di quartiere, circoli) sono ideali per favorire questi incontri.
Il movimento per il clima dimostra che i giovani si mobilitano quando vedono una connessione autentica tra le loro azioni e le grandi sfide globali. L'Agenda 2030 e gli SDGs possono essere cornici motivanti se tradotti in azioni concrete a livello locale.
Il territorio è il luogo dove il globale diventa locale: la crisi climatica si tocca nella siccità dei fiumi e dei laghi, nella riduzione dei terreni innevati, nella scomparsa di specie, negli eventi estremi.
E il locale può influenzare il globale: ogni comunità che raggiunge l'autonomia energetica, che azzera i rifiuti, che ripristina ecosistemi contribuisce alla trasformazione necessaria.
La cura è il paradigma trasformativo
Il concetto che merita di essere posto al centro di ogni riflessione sulla partecipazione è quello di cura, non quella assistenziale o paternalistica, ma una prassi politica trasformativa. Prendersi cura dei territori significa:
- manutenzione quotidiana di spazi, relazioni, saperi (contro la logica dell'evento straordinario)
- attenzione ai dettagli che fanno la differenza nella qualità della vita
- responsabilità verso le generazioni future (sostenibilità come etica della cura)
- reciprocità: i territori curano chi li abita e viceversa.
Riconoscere e valorizzare la cura significa quindi:
- renderla visibile e darle dignità economica e politica
- condividerla equamente tra generi e generazioni
- organizzarla collettivamente attraverso nuove forme di mutualismo
- integrarla nelle politiche (dall'urbanistica alla fiscalità).
La cura diventa così paradigma alternativo allo ‘sviluppismo estrattivo’: dalla crescita infinita alla rigenerazione ciclica, dallo sfruttamento alla reciprocità, dalla competizione alla cooperazione.
La rivoluzione della pazienza
I processi partecipativi autentici richiedono tempo, serve una ‘pratica della pazienza’ come strategia politica della condivisione, dell'ascolto e della cura dei processi.
Il cambiamento culturale, come il territorio, ha tempi lunghi: gli alberi crescono lentamente, le relazioni si sedimentano, le competenze si trasmettono, le trasformazioni si consolidano.
Questo significa:
- darsi un orizzonte di lungo periodo, non solo progetti annuali
- accettare battute d'arresto e momenti di sedimentazione
- allineare temporalità diverse (istituzionali, associative, individuali)
- valorizzare la lentezza come qualità, non come difetto.
Una filosofia radicalmente opposta al mainstream contemporaneo che è l'unica compatibile con processi autenticamente partecipativi e con la sostenibilità come ecologia integrale.
Ostacoli da Superare
Un primo rischio è quello di una partecipazione ‘immunizzante’ che include piccole dosi di coinvolgimento per neutralizzare le istanze più radicali. Come nelle vaccinazioni, si introduce una piccola quantità di ciò che si vuole evitare per rendere il sistema immune.
La partecipazione non può essere strumentalizzata per legittimare decisioni già prese o per ottenere consenso a progetti imposti dall'alto. Dobbiamo vigilare perché la partecipazione non diventi strumento di controllo anziché di emancipazione.
Un altro ostacolo è la retorica dell'emergenza che è tra i principali nemici della partecipazione. Non ci mancano gli esempi di come e quanto l'urgenza venga usata per giustificare decisioni verticali e per bypassare i processi democratici.
Nei territori questa retorica è particolarmente insidiosa: lo spopolamento come emergenza, il degrado come emergenza, l'assenza di servizi come emergenza. Queste narrazioni vittimizzano le comunità e giustificano interventi paternalistici che espropriano gli abitanti del loro potere di autodeterminazione.
Non meno letale è la frammentazione: si realizzano mille iniziative locali senza mai arrivare a un 'cambiamento di sistema'. Come evidenzia Fabrizio Barca: "La somma di quelle esperienze non fa un cambiamento di sistema".
È vitale quindi costruire reti tra esperienze locali, creare momenti di confronto e apprendimento reciproco, aggregare le istanze territoriali in piattaforme rivendicative più ampie superando il mito dell'autosufficienza del singolo territorio.
Un ulteriore aspetto critico è rappresentato dai costi della partecipazione che sono spesso nascosti e che ricadono facilmente su lavoratori culturali e del terzo settore in condizioni di precarietà. Serve rendere visibili ed esplicitare questi costi, costruendo modelli di sostenibilità che non si basino sullo sfruttamento della passione.
Molte esperienze si reggono sul volontariato o su forme di autofinanziamento precarie. Questo è insostenibile nel lungo periodo e seleziona chi può permettersi di partecipare (escludendo chi non ha tempo, risorse, energie da dedicare gratuitamente). È fondamentale il riconoscimento economico del lavoro di cura e partecipazione perché questo possa avere continuità e gli vengano dedicati tempo e competenze di qualità.
La cura non è un'attività assistenziale ma un paradigma politico che orienta scelte, investimenti, priorità in base alla loro capacità di generare e rigenerare relazioni di cura e valore per tutti.
L’antropologo americano Arjun Appadurai parla di "deep democracy" (democrazia profonda) come di quella capacità collettiva che si esprime nelle pratiche quotidiane della condivisione.
È questa la direzione: una democrazia che non si esaurisce nel voto ma che permea la vita quotidiana, radicata nei luoghi dove viviamo.
Decidere insieme le priorità, gestire cantieri collettivi di rigenerazione, co-progettare l'educazione, gestire i servizi essenziali attraverso cooperative di abitanti sono pratiche che mostrano che la democrazia funziona meglio quanto più è vicina alla vita concreta delle persone.
Quando le decisioni riguardano cose che tocchiamo quotidianamente (il parco sotto casa, la scuola dei figli, il servizio di trasporto), la partecipazione diventa naturale perché le conseguenze sono immediate e visibili e attraverso l'agire insieme ci si educa all'attenzione, alla cura, alla reciprocità, alla gestione creativa del conflitto.
Come scrive Fabrizio Barca: "Al centro di entrambi [coesione sociale e sviluppo economico] stanno l'attenzione per la persona e le comunità, in un benessere condiviso e orientato alla solidarietà".
Conclusione: praticare l'utopia
Ripartire dai territori significa riconoscere che il globale si costruisce dal locale, che le grandi trasformazioni passano attraverso micro-pratiche quotidiane, che l'Agenda 2030 si realizza nelle piazze, nelle Case di Quartiere, nei progetti di rigenerazione, nei Patti di Collaborazione perché ogni piccola pratica di partecipazione territoriale può essere un tassello di una trasformazione più ampia.
Questa trasformazione è già in corso. In centinaia di luoghi – spesso invisibili ai radar mediatici e politici – le comunità stanno inventando il futuro dimostrando, con le loro esperienze, che altri modelli di sviluppo sono possibili. Modelli che mettono al centro non la crescita del PIL ma il benessere delle persone e degli ecosistemi. Modelli fondati sulla cooperazione, sulla rigenerazione, sulla cura.
Credo che in Italia ci sia un filo rosso che attraversa la storia e che può esserci d’ispirazione anche oggi: le abbazie e le città medievali, l’economia civile settecentesca, la Comunità di Adriano Olivetti, la socialità e l’economia dei borghi e delle campagne, solo per citarne alcune tra le più note e le tante altre esperienze ‘naturali’ di cui i nostri territori sono stati ricchissimi fino agli anni del boom economico che ha sovrapposto rapidamente le logiche del capitalismo e del consumismo individualisti a una cultura secolare di comunità e solidarietà.
I territori hanno tutto quello che serve: persone, competenze, risorse, storie, aspirazioni. Ma serve coraggio: il coraggio di cedere potere, di accettare l'incertezza, di investire tempo, di riconoscere il valore generativo del conflitto, di cambiare linguaggio.
Ciò che spesso manca è una visione politica - individuale e collettiva - che leghi tutto questo in un progetto di futuro condiviso.
È questa la sfida: costruire alleanze che non siano somma di egoismi ma intelligenza collettiva orientata al bene comune.
