Mi sono trovata coinvolta in una conversazione che mi ha fatto ripensare all'articolo sulla giustizia che abbiamo pubblicato qualche anno fa.
Il mio interlocutore lamentava delle regole nella sua azienda che non considera giuste e che pure segue perché “è la regola” e le regole vanno seguite, oppure è il caos.
Per educazione e per formazione non potevo che essere d'accordo; eppure, volevo non esserlo e trovare insieme un modo perché potesse agire in coerenza con i suoi valori.
Abbiamo iniziato a esplorare tre parole che a volte - erroneamente - usiamo come sinonimi: legale, legittimo e giusto, e poi abbiamo analizzato quelle regole.
Legale è ciò che possiamo e dobbiamo fare perché una norma lo stabilisce.
Legittimo è ciò che possiamo fare perché una norma lo consente o non lo vieta.
Giusto è ciò che sentiamo coerente con i nostri valori e i nostri principi.
È evidente che il sentimento di giustizia sia più forte dei concetti di legalità e legittimità.
Perché tocca le nostre corde profonde e impatta sulle nostre emozioni.
Quando poi il senso di giustizia si affianca a quello di equità - ovvero alla considerazione dell’unicità di ogni individuo e al suo bisogno (e diritto) di non vedersi privato di opportunità a causa della propria condizione di partenza - ecco che la giustizia diventa imprescindibile.
Come descritto anche nell'articolo citato all'inizio (Cosa vuol dire giustizia) le persone hanno la responsabilità individuale di agire in modo giusto (equo) e la responsabilità collettiva di favorire la generazione - e il mantenimento - di ambienti giusti ed equi.
Le regole sono scritte da persone e le persone (le stesse o altre) possono scriverne di nuove, più giuste per il tempo presente.
Gli antichi pensavano che la giustizia fosse una virtù morale e che leggi le si dovessero piegare, per così dire, naturalmente.
La storia ci ha insegnato che è un bene fragile, da salvaguardare ogni giorno.
