Dare senso a(l) potere

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 In questi giorni, mi sono trovata a rileggere l'articolo di Myriam Ines Giangiacomo “Potere, intersezione di due significati”.

Potere è una parola che mi piace per il differente senso che le si può attribuire:

  • dominare qualcosa (mai qualcuno nella mia prospettiva) in termini di capacità, competenze, abilità. E ciò anche come fondamento di un ruolo. Posso arrivare a ricoprire un ruolo di potere per molte ragioni - nobili e meno - ma per restarci devo essere capace di dominare le competenze che richiede.

  • avere l’opportunità. Questo concetto, dal mio punto di vista, ha molto a che fare con l'ambizione; da intendersi come desiderio di realizzazione e non come competizione.

Osteggio fortemente il principio del "se vuoi puoi" tanto in voga qualche anno fa.

Per esperienza, mia e altrui, mi sento di dire che volere non è affatto sufficiente.

Tuttavia, è certamente fondamentale per mettere in campo ogni sforzo necessario a raggiungere l'obiettivo che ho identificato come possibile.

Poi, ovviamente entrano in gioco tutta una serie di fattori che costituiscono il mio punto di partenza: preparazione, disponibilità economiche e di tempo, contesto sociale in cui mi trovo, la mia cultura, i miei valori, la mia capacità di perseveranza (soprattutto se l'obiettivo è sfidante), ciò che penso di me. Su questi ultimi due elementi si potrebbe scrivere un altro articolo.

Qui mi limiterò a ricordare a me stessa quanta differenza possa fare, nell'approcciare un'opportunità sfidante, l'opinione che ho su di me, sulle mie capacità, sui miei successi e fallimenti passati, ecc.

  • avere il permesso. Il permesso di chi?

Talvolta ci sono vincoli oggettivi i fisici, normativi, regolamentari, ecc. Non posso partecipare alle Olimpiadi in mancanza di un'adeguata preparazione atletica e senza aver partecipato prima a una serie di selezioni. Non posso partecipare a una votazione in Parlamento senza essere stata eletta. Non posso portare proposte al CdA di un'azienda se non ne faccio parte o non ho ricevuto un incarico esplicito.

Poi ci sono situazioni in cui abbiamo bisogno che il permesso ci venga dato da un'altra persona che -per suo ruolo o nostra educazione - ha il poter di darci o negarci un permesso.

Nel lavoro, conosciamo (dovremmo conoscere) i confini della nostra autonomia decisionale e operativa, raggiunti i quali dobbiamo chiedere il permesso per andare oltre.

Nel quotidiano, se vogliamo entrare in una stanza occupata da un'altra persona, o prendere la parola in una riunione, chiediamo il permesso.

Infine, ci sono i permessi che ci diamo. Quanti vincoli ci auto-imponiamo?

Non sempre, non chiunque, ma capita che non facciamo alcune cose perché pensiamo di non poterle fare.

Capita che a causa di esperienze passate, per paura di fallire o a causa di un'opinione negativa su di noi, ci neghiamo il permesso di fare qualcosa, privandoci di cogliere opportunità ed evolvere, umanamente e professionalmente.

Queste sono alcune riflessioni che mi ha suscitato rileggere l'articolo di Myriam Ines. Ti invito a (ri)leggerlo e farci sapere se a te ne abbia suscitate altre.

Ti invito anche a porti periodicamente la domanda "Cosa voglio permettermi di fare in questa fase della mia vita?" e poi "Di cosa ho bisogno per poterlo fare?" concentrandoti su ciò che dipende da te o che puoi almeno influenzare.

Se ti va, risponditi per iscritto e tieni traccia degli avanzamenti.

Puoi iniziare con qualcosa che consideri importante, ma non ‘vitale’.

E poi, man mano, provare ad aumentare il tuo potere.