L’articolo esplora il tema della sufficienza come risposta al mito della scarsità che attraversa vite personali, organizzazioni ed economia contemporanee. Mescolando Aristotele, Seneca, Epicuro, Kant, Lynne Twist e Manfred Kets de Vries, il testo mostra come il “di più” non sia sempre sinonimo di crescita, ma possa diventare una forma di dipendenza, estrazione di valore e perdita di libertà. Riconoscere ciò che basta non significa accontentarsi o rinunciare ad aspirare, ma ritrovare una misura: distinguere tra accumulo e fioritura, tra prezzo e dignità, tra efficienza e senso. Per persone, leader e imprese, la sufficienza diventa così il presupposto di una rigenerazione autentica: non un tetto alle possibilità, ma il suolo da cui generare valore, relazioni e futuro.
Sono abbastanza certa, per esperienza, che se chiedessi alla maggior parte delle persone con quanto denaro si sentirebbero ‘sereni’, tutti mi indicherebbero una cifra, più o meno alta, in genere maggiore di quella di cui dispongono nel presente. Nessuno, o quasi, mi risponderebbe “quello che ho già”.
Non è una questione di cifre, anche una persona che potrebbe smettere di lavorare oggi stesso e mantenere il proprio tenore di vita per i decenni a venire, mi direbbe una cifra e, scommetto, un po’ più alta di quella che già possiede.
Non è semplicemente avidità, è qualcosa di molto meno definito e molto più diffuso: la convinzione - intima, quasi mai portata alla luce - che ci sia sempre un gradino più in alto e che, finché non lo avremo salito, non potremo dirci davvero al sicuro.
È un’esperienza che riconosco anche nelle organizzazioni che ho attraversato nei miei oltre quarant’anni di lavoro. Il fatturato che cresce, ma non basta mai. L’obiettivo raggiunto che si sposta più in là il giorno dopo. La sensazione, condivisa e raramente esplicitata, di correre per restare fermi.
Ci muoviamo dentro un mondo che ci ripete, ogni giorno, che non abbiamo abbastanza e che non siamo abbastanza.
Il mito che ci governa
Lynne Twist, nel suo The Soul of Money, osserva che è come se guardassimo sempre il mondo attraverso una sorta di lente: il mito della scarsità.
Questo è costituito da tre convinzioni che agiscono in noi quasi sempre senza che ce ne accorgiamo.
La prima: non ce n’è abbastanza per tutti.
La seconda: più è meglio.
La terza, la più insidiosa perché ci toglie ogni margine d’azione: le cose stanno così, e così è giusto che stiano.
Sono tre frasi che raramente pronunciamo, ma che lavorano sotto la superficie delle nostre giornate, delle nostre decisioni. In un’organizzazione le possiamo facilmente riconoscere operanti nel modo in cui si fissano gli obiettivi, si distribuiscono le risorse, si misura il successo.
Oggi quella lente ha trovato un alleato inatteso.
La nostra economia dell’attenzione vive letteralmente della nostra insufficienza: il flusso continuo di immagini e traguardi altrui esiste per ricordarci, ogni pochi secondi, che c’è qualcosa che ci manca.
La crescita trimestrale, i cruscotti di metriche, il confronto permanente, all’interno e all’esterno, sono la versione organizzativa dello stesso meccanismo.
Nel tempo presente, segnato dalla policrisi - ambientale, geopolitica, economica, culturale, sociale - la scarsità non è più soltanto un sentimento privato: è diventata il sistema operativo con cui produciamo, consumiamo e… estraiamo.
Basterebbe un istante di presenza per accorgersi che si tratta di un meccanismo che non ci porta dove promette. Il gradino successivo, una volta salito, rivela sempre un altro gradino da salire.
La sufficienza non è una quantità
Twist propone un rovesciamento radicale che parte dalla consapevolezza che, se la scarsità è un mito, non è reale. E se è una lente, possiamo posarla.
In tal modo, possiamo darci la possibilità di scoprire un nuovo concetto, quello che l’autrice chiama 'sufficienza'. Un concetto che ‘mi parla’ e che ci interroga, quando riflettiamo sul tema della sostenibilità integrale. Un concetto che ci sta a cuore, da tanto tempo.
La sufficienza non è una misura. Non è un passo avanti rispetto alla povertà né un passo indietro rispetto all’abbondanza, non è il ‘quasi abbastanza’ né il ‘più che abbastanza’.
È, scrive Twist, un’esperienza e una condizione che generiamo: la comprensione chiara e certa che ce n’è abbastanza e che noi siamo abbastanza.
È una distinzione che merita di essere esplorata fino in fondo. La sufficienza non abita nel conto in banca, nel bilancio, nei risultati. Abita nel modo in cui li guardiamo.
È una consapevolezza e una scelta: il riconoscimento di ciò che già c’è, dentro e intorno a noi, e che questo è quanto ci basta per vivere, e per agire, con pienezza.
Non è un invito ad accontentarsi, e non è un elogio della piccolezza.
Twist è netta su questo: sufficienza non significa smettere di lottare o di avere aspirazioni.
Significa spostare il punto da cui guardiamo.
Non più la mancanza da colmare - ciò che ancora non abbiamo e che ci affanniamo a procurarci per sentirci finalmente a posto - ma ciò che già c’è: le risorse, le competenze, i legami, il valore che abbiamo davanti e che smettiamo di vedere proprio mentre inseguiamo ciò che ci manca.
La sufficienza, allora, non è un traguardo da raggiungere: è il terreno solido da cui partiamo, la consapevolezza di avere già abbastanza per agire, per scegliere, per creare.
L’arte di sapere quando fermarsi
Questa idea, che oggi ci suona nuova, è in realtà antichissima. È forse la più antica domanda dell’etica: quanto basta?
Aristotele, nella Politica, distingue due modi di procurarsi ciò che serve.
Uno lo chiama oikonomia (da cui viene economia), l’arte di amministrare la casa e la vita in comune: ha un fine - vivere bene - e, perciò, ha un limite naturale, perché una volta raggiunto ciò che serve al buon vivere, ha senso fermarsi.
L’altro lo chiama crematistica: l’accumulazione ricercata per sé stessa, il denaro che genera denaro senza altro scopo che aumentare. E la crematistica, osserva, non ha limite per natura, perché il suo fine non è mai raggiunto: è sempre e soltanto di più.
Ventitré secoli dopo, sembra la descrizione esatta dell’imperativo della crescita.
Un’economia costruita perché il ‘di più’ non finisca mai è crematistica diventata sistema: non più il vizio di un singolo, ma il principio di un'intera civiltà. È una logica che, se non le poniamo deliberatamente un limite, tende, per sua natura, all’illimitato.
Riconoscere ciò che basta, quindi, è l’atto per cui distinguiamo l’oikonomia dalla crematistica: sapere per cosa stiamo accumulando, e sapere quando ciò che serve è stato raggiunto.
Non chi ha poco, ma chi desidera di più
Gli antichi tornano su questa soglia con una costanza che dovrebbe farci riflettere. "Non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più", scrive Seneca nelle sue Lettere a Lucilio.
Epicuro, tanto frainteso, non insegnava l’eccesso ma la misura: distingueva i desideri naturali e necessari - pochi, e facili da soddisfare - da quelli vani, che si nutrono del confronto e non hanno fondo.
Per entrambi la parola chiave era autàrkeia: non l’isolamento, ma la capacità di bastare a sé stessi abbastanza da non essere in balìa di ogni mancanza.
Quello che i greci e i latini avevano visto è che la misura non è una privazione: è una liberazione. Chi ha bisogno di avere sempre di più è governato da ciò che gli manca. Chi riconosce ciò che gli basta è libero di scegliere.
L’ultima volta abbiamo parlato di libertà. Una minaccia intima alla nostra libertà non viene da fuori, ma da quella voce interna che ripete “non hai ancora abbastanza” e ci tiene in corsa.
Riconoscere il proprio ‘basta’ è un modo per riprendere in mano le redini.
Ciò che ha un prezzo e ciò che ha dignità
C'è un secondo lato della sufficienza, ancora più delicato.
Twist non dice soltanto che ce n'è abbastanza, dice anche che noi siamo abbastanza.
La prima affermazione riguarda ciò che abbiamo; la seconda, ciò che siamo.
E il nostro valore, a differenza delle risorse materiali, non è una grandezza che si possa contare: nessun risultato lo accresce, nessun fallimento lo intacca.
Immanuel Kant, nel suo libro Fondazione della metafisica dei costumi, traccia una linea che vale la pena tenere presente. “Ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcos'altro come equivalente; ciò che invece è superiore a ogni prezzo, e che perciò non ammette alcun equivalente, ha una dignità." Le cose hanno un prezzo, le persone hanno una dignità: valgono in sé e non ammettono né un equivalente né un sostituto.
La scarsità, quando si insinua in profondità, mette un prezzo su tutto, e alla fine anche su di noi. “Sono abbastanza brava? Valgo abbastanza?” e spesso innesta una pericolosa – e diffusa – convinzione: “valgo quanto mi pagano”, “vali quanto ti pago”.
E quindi se sono pagata poco (in quanti lavori, oggi), o non sono pagata del tutto (ad esempio, a fronte del lavoro di cura in famiglia), in fondo non sarà che valgo anche poco?
E se invece sono pagata tanto - non la mia competenza, ma la mia persona – allora valgo di più di chi è pagato meno?
A voi trarne le conseguenze.
Dire "siamo abbastanza", allora, vuol dire riportare la persona - e, nelle organizzazioni, le persone - dal registro del prezzo a quello della dignità.
È smettere di misurare quanto vale qualcuno con la stessa unità con cui si misura un risultato.
La macchina non sa quando è abbastanza
La domanda "quando è abbastanza?" oggi ha una forza particolare. Gli strumenti che abbiamo costruito - gli algoritmi che orientano l’attenzione, i sistemi che ottimizzano ogni processo, l’intelligenza artificiale che accelera tutto ciò che tocca, sono straordinariamente abili a fare - e a consentirci di fare - di più e più in fretta. Ma chi ci dice quando fermarci?
Un sistema di ottimizzazione, per definizione, non ha un ‘abbastanza’: continua finché ci sono margini da spremere.
La domanda “fin dove è giusto arrivare?” non è l’esito di un calcolo, perché non riguarda l’efficienza ma il senso. Per questo nessuna macchina può dirlo al posto nostro.
Sapere quando è abbastanza è un atto di discernimento, e il discernimento resta umano.
Nel momento in cui affidiamo il calcolo alla forza delle macchine, la misura - il giudizio su quale sia la giusta quantità di crescita, di sfruttamento, di velocità - è una cosa che non possiamo, e non dobbiamo, delegare.
L’impresa che riconosce il proprio basta
Tutto questo ha conseguenze molto concrete per chi guida un’organizzazione.
Per anni abbiamo cercato di rendere le imprese più sostenibili aumentandone l’efficienza: fare la stessa cosa consumando meno.
È necessario, ma non basta, perché l’efficienza, da sola, dentro una logica di crescita illimitata, finisce per liberare risorse che vengono immediatamente reinvestite in altra crescita.
Ciò che manca, quasi sempre, è il concetto di sufficienza. Non solo quanto meno, ma quanto basta.
La sufficienza, quindi, non è solo una postura interiore, nelle organizzazioni può diventare un elemento della strategia.
Un’impresa che sa riconoscere il proprio ‘basta’ sa distinguere la crescita che serve al proprio scopo dalla crescita perseguita per paura di essere superata.
Sa mantenere sana quella relazione tra mezzi e fini che è il cuore di ogni progetto: il denaro, il fatturato, la scala sono mezzi per realizzare il proprio intento, il proprio purpose; quando diventano il fine, l’oikonomia è già diventata crematistica.
Un’impresa che contribuisce a rigenerare - i suoi territori, le sue relazioni, le sue persone - invece di limitarsi a estrarre valore è, in fondo, un’impresa che ha imparato a riconoscere la propria misura.
Perché si può rigenerare solo ciò che non si pretende di sfruttare all’infinito.
La sufficienza è il presupposto filosofico della rigenerazione: senza un ‘abbastanza’, ogni promessa di sostenibilità resta efficienza al servizio di una fame che non ha modo di placarsi.
Per questo quando in Bottega Filosofica parliamo di - e cerchiamo di essere - impresa rigenerativa, non possiamo non porci questa questione centrale.
Leader abbastanza buoni
C’è un luogo in cui questa fame di ‘di più’ si concentra e assume un volto: la leadership.
A chi guida - un’impresa, un’istituzione, una comunità - chiediamo oggi di essere visionario, carismatico, dirompente, trasformativo. Vogliamo che sia eccezionale.
E chi guida interiorizza quella richiesta, e si consuma nel tentativo di corrispondervi.
Uno dei più autorevoli studiosi di leadership, Manfred Kets de Vries, ha dedicato a questo tema pagine molto lucide e il suo argomento è vicinissimo al nostro.
Contro il culto dell’eccellenza, riabilita una qualità che suona quasi come un’offesa: l’essere “abbastanza buoni”.
Non incompetenti né rassegnati, ma sufficientemente buoni, capaci di funzionare bene, in condizioni ordinarie, senza pretendere di incarnare la salvezza.
L’espressione ha una storia: nasce in psicoanalisi con Donald Winnicott (pediatra e psicanalista inglese di fine ‘900) e la sua “madre sufficientemente buona”, quella che non è perfetta e che, proprio non essendolo, lascia al figlio lo spazio per crescere.
Un leader “abbastanza buono” non chiede di essere idealizzato, ma soltanto di essere riconosciuto affidabile e questa rinuncia all’eccezionalità, lungi dall’essere una diminuzione, è una forma di maturità.
Il motivo è tanto psicologico quanto concreto. Quando eleviamo qualcuno a figura eccezionale, gli riversiamo addosso attese che nessun essere umano può reggere, e lo carichiamo del nostro bisogno di essere protetti e salvati.
Ma la realtà, prima o poi, fa il suo ingresso e allora la stessa intensità con cui abbiamo idealizzato si rovescia in disprezzo.
È il pendolo che conosciamo bene, nella vita pubblica come nelle aziende: prima salvatore, poi capro espiatorio.
Chiedere a chi guida di essere “abbastanza buono” spezza quel pendolo.
Distribuisce la responsabilità invece di concentrarla, abbassa la temperatura emotiva e libera tutti - chi guida e chi è guidato - dalla fantasia che qualcuno, dall’alto, verrà a salvarci.
Ritroviamo qui la sufficienza, applicata al modo in cui esercitiamo e riconosciamo l’autorità.
La stessa consapevolezza che ci fa dire siamo abbastanza ci permette di dire: questa persona è abbastanza, questa organizzazione è abbastanza, non ci servono eroi.
E ciò che ne nasce non è meno, ma di più: sistemi che assorbono l’errore senza crollare, che tollerano il dissenso senza sentirsi minacciati, che si correggono un passo alla volta invece di franare di colpo.
Al posto del dramma della salvezza, come scrive Kets de Vries, subentra la disciplina della cura e, come abbiamo condiviso più volte, cura è la parola da cui parte ogni rigenerazione.
Dall’abbastanza nasce l’abbondanza
Potrebbe venire da pensare che tutto questo abbia il sapore di una rinuncia. È vero il contrario.
Twist osserva una cosa che chi pratica il coaching o la filosofia sa bene: quando smettiamo di rincorrere ciò che manca e portiamo attenzione a ciò che già abbiamo, quelle risorse - il tempo, le competenze, le relazioni, la fiducia - non si riducono. Si dilatano. Nutrite dall’attenzione, crescono.
E da una condizione di sufficienza nasce con naturalezza il gesto che la scarsità rende impossibile: condividere. Chi si sente in perenne mancanza trattiene; chi riconosce di avere abbastanza può dare.
È questa la scoperta che rende la sufficienza generativa e non difensiva.
La sufficienza non è il punto in cui ci accontentiamo, ma il punto da cui possiamo generare valore, legami, futuro.
È la stessa logica che anima l’economia generativa di cui tanto si parla: la ricchezza reale non è ciò che accumuliamo sottraendolo agli altri, ma ciò che facciamo circolare e che, in tal modo, aumenta la ricchezza per tutti. Non è un gioco a ‘somma zero’.
Non un tetto, ma un suolo
Può sorgere, poi, un'altra domanda, legittima: tutto questo - riconoscere ciò che basta, rinunciare all’eccezionale, diffidare del ‘di più’ - non rischia di diventare l’alibi elegante di chi smette di crescere?
Una resa mascherata da saggezza, un invito a non avere aspirazioni e ambizioni, a non migliorarsi, a non impegnarsi sempre a dare il meglio di sé?
Questo fraintendimento è certamente da evitare, e per evitarlo occorre distinguere due spinte che dall’esterno si somigliano, ma hanno radici opposte.
C’è una crescita che ci incalza da dietro: nasce dall’ansia di non essere abbastanza, si nutre di confronto, ci spinge a inseguire un traguardo che, una volta raggiunto, si sposta sempre più in là. Non ci arriviamo mai, perché il nostro carburante è un vuoto.
E c’è una crescita che ci chiama da davanti: il desiderio di dispiegare ciò che siamo, di portare il nostro contributo, di fiorire. Ha una direzione, e sa anche fermarsi a riposare, perché non parte da una ferita.
La sufficienza non spegne la seconda spinta: le toglie di dosso la prima.
Del resto, il filosofo che pone un limite alla crematistica è anche il più grande pensatore dello sviluppo umano: per Aristotele ogni essere tende a diventare pienamente ciò che è, la ghianda a farsi quercia, la persona a realizzare la propria forma migliore.
Ma quella è fioritura, non accumulo: un movimento che ha una direzione e un compimento, non una fame senza fondo.
Migliorarsi, così inteso, non è avere di più; è diventare di più ciò che si è.
E il contributo unico che possiamo portare al mondo - lo ricordava Viktor Frankl - non nasce quando ci ripieghiamo ansiosi su noi stessi per dimostrare quanto valiamo, ma quando ci dedichiamo a qualcosa che ci supera. Questo può accadere proprio quando smettiamo di ‘doverlo’ dimostrare.
Ecco, allora, il senso del terreno di cui parlavamo sopra. La sufficienza non è un tetto posato sopra le nostre aspirazioni: è il suolo da cui possono slanciarsi.
Si costruisce, si cresce, si dona soltanto da una terra ferma, non da una buca da cui cerchiamo affannosamente di uscire.
Riconoscere di essere già abbastanza non è la fine del cammino di miglioramento: è il suo inizio possibile. Perché soltanto chi non deve più provare di valere è libero di diventare, per intero, sé stesso e di offrirlo agli altri.
La misura è un atto di libertà
Ci vuole coraggio, oggi, nel dire “è sufficiente”, “è abbastanza”.
Si va controcorrente rispetto a tutto ciò che ci circonda e questo ci chiede di guardare in faccia la paura che origina la nostra corsa: la paura che, se ci fermiamo, non saremo al sicuro.
Ma è proprio nel fermarsi che possiamo riconoscere una libertà.
Riconoscere ciò che basta significa smettere di essere governati da una mancanza che nessuna quantità potrà mai colmare, e riprendere la facoltà di scegliere in quale direzione andare, per quale scopo, fino a che punto.
Per una persona, è la possibilità di una vita più ampia e più propria.
Per un’impresa, è la condizione per assumersi una responsabilità verso l’ecosistema comune di cui fa parte, invece di consumarlo.
Per tutti noi, in un tempo che sembra avere fame di ogni cosa, è forse il primo passo per tornare a immaginare un futuro desiderabile, un futuro che non sia semplicemente di più, ma abbastanza per tutti.
