Custodire la libertà

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Negli ultimi mesi abbiamo seguito un filo. Abbiamo esplorato l'immaginazione attiva come facoltà che mette in moto il pensiero verso ciò che ancora non esiste, e poi l'idea come unità elementare di quel movimento, il modo in cui l'immaginazione prende forma e diventa motore di un agire possibile.

Entrambi quei ragionamenti poggiavano implicitamente su una premessa che avevamo lasciato in ombra: per immaginare futuri e concepire idee occorre, prima di tutto, essere liberi di farlo.

La libertà è la condizione silenziosa, il presupposto, di tutto il resto.

È ciò che rende possibile il pensiero divergente, la scelta, il dissenso, la possibilità stessa di immaginare che le cose potrebbero essere altrimenti. Ed è anche, come accade spesso, qualcosa di cui ci accorgiamo soprattutto quando comincia a mancare.

Oggi, in modi nuovi e difficili da mettere a fuoco, sembra cominciare a mancare.

Per gran parte della storia, le minacce alla libertà avevano un volto riconoscibile: la catena, il muro, il divieto, l'oppressione dichiarata.

Erano costrizioni visibili e, proprio per questo, si potevano nominare e combattere.

Alcune delle minacce che attraversiamo oggi appartengono ancora a quella famiglia, il riaffacciarsi di pulsioni autoritarie, i conflitti che ridisegnano gli equilibri del mondo, i diritti che in molti luoghi arretrano. Ma altre sono di un tipo inedito, meno visibile e, per questo, più insidioso.

Sono le costrizioni di un'epoca in cui sistemi sempre più sofisticati anticipano le nostre scelte prima ancora che le compiamo, orientano ciò che vediamo, ciò che desideriamo, perfino ciò che riusciamo a immaginare.

L'intelligenza artificiale, gli algoritmi che catturano e trattengono la nostra attenzione, l'abitudine crescente a delegare il giudizio a una macchina: nulla di tutto questo ci incatena apertamente. Al contrario, ci promette più opzioni, più comodità, più libertà. Siamo in una condizione paradossale.

Mai come oggi abbiamo avuto tanta apparente "libertà di" - di parlare, di scegliere, di accedere a ogni cosa - e forse mai come oggi la nostra "libertà da" - dal condizionamento, dalla manipolazione, da forme di potere che non si lasciano vedere - è stata così difficile da custodire.

È una libertà che rischia di assottigliarsi non perché qualcuno, apertamente, ce ne priva, ma per progressiva disabitudine: smettiamo di esercitarla e quasi non ce ne accorgiamo.

Vale la pena, allora, richiamare la lunga riflessione che il pensiero ha dedicato alla libertà, perché in una cultura che la dà per scontata proprio mentre la riduce, capire cosa intendiamo davvero quando diciamo "libertà" è diventato un esercizio urgente.

È la stessa urgenza che attraversava gli articoli sull'immaginazione e sull'idea: se vogliamo abitare il futuro come uno spazio ancora aperto - e non come un destino già scritto da altri, umani o tecnologici - la libertà è la posta in gioco.

Riproniamo allora l'articolo pubblicato, ormai quasi tre anni fa, nel quale venivano ripercorse - come sempre in maniera veloce e arbitraria - alcune tappe della storia del pensiero.

Dalle filosofie antiche d'Oriente e d'Occidente, che intendevano la libertà come conoscenza di sé e armonia con un ordine più grande, fino alle due facce della libertà — la "libertà di" e la "libertà da" — che ci aiutano a leggere il presente.

Fino a fermarsi sulla voce di don Lorenzo Milani, per il quale la libertà non era un'astrazione ma una pratica quotidiana fatta di educazione, responsabilità e dialogo.

Lungo il percorso possiamo ritrovare alcune consapevolezze di cui forse torniamo ad avere bisogno.

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Pausa riflessiva

Puoi usare queste domande come traccia per una scrittura libera di dieci minuti, come punto di partenza per una conversazione con qualcuno di cui ti fidi, o semplicemente come compagnia silenziosa durante una passeggiata.

Come sempre, non rispondere troppo in fretta. La prima risposta che arriva è spesso la più comoda, quella che ci raccontiamo da tempo.

Aspetta la seconda.

Sul tuo rapporto con la libertà

Quando ti sei sentito/a davvero libero/a, di recente? Non in senso astratto: prova a ricordare un momento preciso. Cosa ti ha permesso di sperimentare quella condizione?

E al contrario: quando ti sei sentito/a in una gabbia? La gabbia veniva da fuori — un obbligo, una pressione, un'aspettativa — o era qualcosa che portavi dentro: una paura, un'abitudine, un'idea di te a cui non sai rinunciare?

Socrate poneva la conoscenza di sé all'origine di ogni libertà. C'è un aspetto di te che intuisci ti tenga prigioniero/a, ma che eviti di guardare da vicino?

Sul tuo modo di stare nel mondo

Pensa alle tue giornate: quante delle scelte che compi sono davvero scelte, e quante sono risposte automatiche, suggerite, anticipate, già confezionate da qualcuno o qualcosa per te?

Rifletti su quando, anche inconsapevolmente, hai lasciato che qualcun altro - un algoritmo, un'abitudine, il 'buon senso comune' - decidesse per te. Che sensazione provi? Comodità, rinuncia, resa, o cosa? 

Sartre sosteneva che siamo "condannati" a essere liberi: ogni scelta è anche una responsabilità di cui non possiamo liberarci. C'è una scelta che stai rimandando proprio per non doverti far carico di ciò che comporta?

Dal personale al collettivo

La tua "libertà di" - dire, fare, essere - in quali momenti rischia di limitare quella di chi ti sta accanto? E dove, invece, la tua libertà allarga anche la loro?

Don Milani riassumeva il suo impegno in due parole: I care, mi importa. Guardando ciò che accade intorno a te - nel tuo lavoro, nella tua comunità, nel Paese - c'è qualcosa di cui hai lasciato che non ti importi più, forse per stanchezza o per autodifesa?

E tu, qui, ora, cosa senti di star facendo per coltivare - e preservare - la tua e l'altrui libertà?

Una piccola, preziosissima, pratica: metti uno spazio tra stimolo e risposta

Siediti in silenzio. Fai tre respiri lenti.

Richiama alla mente una situazione recente in cui hai reagito d'istinto: un'irritazione, un sì detto troppo in fretta, uno scroll iniziato senza accorgertene.

Rivedi la scena al rallentatore. Cerca il punto esatto in cui è arrivato lo stimolo, la notifica, la parola, il pensiero.

E poi cerca ciò che è venuto subito dopo: la tua risposta.

Adesso prova a immaginare, tra quei due istanti, uno spazio. Sottile, quasi impercettibile, ma reale.

È lì, in quello spazio, che - secondo Viktor Frankl - abita la nostra libertà: non nel poter fare qualunque cosa, ma nel poter scegliere come rispondere.

Osservalo. Allargalo, anche solo di un respiro.

Quello spazio c'è sempre, anche quando ci sembra di non averlo.

Allenarsi a riconoscerlo è l'esercizio di libertà più piccolo e più quotidiano che possiamo compiere, ma cambia la qualità della nostra presenza e delle nostre decisioni.

Tempo: 5-7 minuti.