Riconoscere che c'è abbastanza - che siamo abbastanza - non è un punto d'arrivo. Lo abbiamo scritto nelle scorse settimane parlando del concetto di sufficienza che abbiamo proposto come terreno saldo - costituito da ciò che già c'è - dal quale le nostre aspirazioni possono prendere slancio quando smettiamo di vedere e di inseguire solo ciò che ci manca. Un terreno, questo, che non è un luogo dove sedersi perché, appena lo sguardo si posa su quello che abbiamo - i legami, le competenze, i corpi, i luoghi che abitiamo - sorge la domanda: come diamo valore a ciò che c'è?
La risposta era già dentro la riflessione che avevamo proposto. Quando Aristotele oppone l'oikonomia alla crematistica, infatti, non sta distinguendo due modi di far quadrare i conti. L'oikonomia è il governo dell'oikos, della casa e della vita che vi si svolge: è, alla lettera, la cura di ciò che si abita. Misura e cura, per i greci, erano lo stesso gesto detto in una parola sola. Siamo stati noi, molto più tardi, a separarli: abbiamo tenuto l'economia e abbiamo lasciato cadere la casa.
È una separazione che continuiamo a pagare, come quella tra cura e misura. La sufficienza senza cura si spegne, diventa quiete, poi inerzia fino a non generare più niente. Ma anche la cura, senza misura, diventa il dare che svuota, la dedizione che scompare dentro ciò di cui si prende carico, la stanchezza di chi non sa mettere un limite al proprio darsi che diventa dissipazione di sé. La misura senza cura conserva soltanto. La cura senza misura consuma chi la esercita. Tenute insieme, invece, sono capaci di rigenerazione.
Torniamo un momento alla parola 'cura'. Ci guardiamo intorno e siamo testimoni di un paradosso. La mancanza di cura, degli spazi, del tempo, delle persone, così come della natura, è palese.
E, contemporaneamente, 'cura' sembra risuonare dovunque. Curiamo il corpo, l'immagine, i dati, il cliente, la reputazione; esistono applicazioni che ci ricordano di prenderci cura di noi stessi e servizi che promettono di farlo al posto nostro. Nominiamo la cura con sempre maggiore frequenza e la deleghiamo, senza darle peso, a dispositivi, a procedure, a sistemi che vegliano su di noi e sanno tutto, ci dicono tutto, ma non ci fanno sentire davvero nulla. Si può essere monitorati senza essere guardati, ascoltati senza essere accolti. E si può passare una giornata intera dentro un linguaggio di cura - apparente - senza che nessuno si sia davvero preso carico di nessuno.
Per questo, per invitare a fermarsi un attimo e riflettere su quanto sia invece importante, sempre di più, avere 'presenza' nella cura, in tutte le sue manifestazioni, vi ripropongo l'articolo che avevo scritto più di due anni fa e che mi sembra ancora estremamente attuale. Si tratta di un viaggio dentro questa parola.
Comincia da Crono che si ritira e lascia gli esseri umani a badare a sé, attraversa l'epimeleia dei greci, l'agape cristiana, la cura di Heidegger, la cura di sé come pratica di libertà in Foucault, e arriva fino alle patologie del nostro presente lette da Elena Pulcini.
Un viaggio che vi propongo di fare, oggi, accompagnati da una riflessione in più: quando smettiamo di rincorrere ciò che ci manca e cominciamo a custodire, a prenderci cura di ciò che c'è, la cura smette di essere un dovere aggiuntivo e diventa il modo in cui abitiamo il mondo.
ascoltalo qui.
Pausa riflessiva
Se ti va, a valle della lettura o dell'ascolto, ti propongo qui alcune domande. Le puoi usare come traccia per una scrittura libera di dieci minuti, come punto di partenza per una conversazione con qualcuno di cui ti fidi, o semplicemente come compagnia silenziosa durante una passeggiata.
Come sempre, non rispondere troppo in fretta. La prima risposta che arriva è spesso la più comoda, quella che ci raccontiamo abitualmente.
Ancora una volta il nostro invito è ad aspettare la seconda.
Sulla cura che ricevi e su quella che dai
Ripensa a un momento recente in cui ti sei sentito/a curato/a. Che cosa ha fatto, esattamente, quella persona? Spesso non si tratta di un gesto grande, quasi sempre è qualcosa di minimo. Magari ci accorgiamo che, in verità, non ha fatto nulla, si è semplicemente accorta di qualcosa.
E al contrario: quando ti sei sentito/a solo/a? Mancava davvero qualcuno che si prendesse cura di te, o mancava qualcuno che si accorgesse di te? Prova a distinguere, non è la stessa assenza.
Socrate poneva la cura di sé come la più alta forma di saggezza: non un ripiegamento, ma un lavoro. C'è una parte di te di cui ti occupi soltanto quando è già in emergenza, il corpo, il sonno, un desiderio rimandato da troppo tempo?
E la cura che dai: è misurata, o è un darsi che non sa fermarsi? Prendersi cura fino a scomparire non è generosità, è una forma di assenza a sé stessi. Dove, nella tua vita, stai dando più di quanto puoi sostenere?
Sul tuo modo di stare nel mondo
Guarda una tua giornata qualunque. Quanta della cura che ricevi passa oggi attraverso qualcosa che non ti conosce, un servizio, un'applicazione, una procedura, un sistema che registra i tuoi dati e ti restituisce un consiglio? Che sensazione ti lascia: sollievo, efficienza, una vaga solitudine?
Luigina Mortari indica tre posture da coltivare: dare attenzione al momento che si vive, fare silenzio interiore, concedersi del tempo. Leggile lentamente, una per una. Quale ti risulta più difficile? E che cosa, precisamente, te lo rende tale o, addirittura, te lo impedisce?
Foucault guardava alla cura di sé come a una pratica di libertà, non come a un rifugio. È una distinzione esigente: la cura che ti dedichi ti (ri)mette in connessione con il mondo, o ti serve soltanto a sopportarlo un altro giorno?
C'è qualcosa che continui a curare per abitudine e che forse non ha più bisogno di te? C'è qualcosa di importante - un legame, un luogo, una competenza - che stai trascurando inconsapevolmente?
Dal personale al collettivo
Elena Pulcini descrive due figure del presente: l'individuo consumatore, che assorbe tutto - politica, cultura, perfino le relazioni - e l'individuo spettatore, che guarda senza partecipare. Riconosci una delle due in qualche tua giornata? In quale delle due ti sei rifugiato/a più spesso, ultimamente?
Günther Anders diceva che sappiamo quello che succede ma non lo sentiamo. Prova a nominare una cosa che sai benissimo - sulle persone che ti sono vicine, sul tuo territorio, sul pianeta - e che non riesci a sentire. Non giudicarti: chiediti soltanto quando hai smesso di sentirla, e che cosa hai 'guadagnato' smettendo.
Elena Pulcini chiama atrofia dell'immaginazione la conseguenza più grave di questo non sentire.
Allora prova il movimento opposto: quale mondo riesci a immaginare, per il luogo in cui vivi, tra dieci anni?
E di che cosa dovresti cominciare a prenderti cura oggi perché quel mondo resti possibile?
Una piccola pratica: il gesto del giardiniere
Scegli una pianta. Una qualsiasi, purché sia vera e vicina: quella sul davanzale, il basilico in cucina, l'albero sotto casa che vedi ogni mattina senza guardarlo. Se non hai nulla, va bene anche una siepe lungo la strada.
Mettiti davanti a lei e non fare niente per un minuto intero. Un minuto è più lungo di quanto sembri.
Le foglie sono rivolte verso la luce o verso di te? La terra è asciutta in superficie o anche sotto? C'è qualcosa che sta seccando, e da quanto tempo?
Poi fai un solo gesto. Uno. Bagnala, oppure togli una foglia secca, oppure smuovi la terra con un dito, oppure girala verso la finestra. Scegli il gesto che serve a lei, non quello che ti dà soddisfazione.
Ora fermati sulla foglia secca, se ce n'era una. Nessun giardiniere la considera un fallimento: potare, togliere, lasciare andare sono gesti di cura tanto quanto innaffiare. Curare non vuol dire soltanto aggiungere. Chiediti se e dove, nella tua vita, stai continuando ad annaffiare qualcosa che andrebbe potato.
Guarda ora quella pianta e riconosci una cosa ovvia, della quale spesso ci dimentichiamo: non puoi farla crescere. Puoi darle acqua, luce, terra buona, spazio, tempo. Il crescere lo fa lei. Tutto ciò che un giardiniere può fare è predisporre le condizioni e poi ritirarsi.
È esattamente ciò che il taoismo chiama vivere secondo il Tao: assecondare il movimento delle cose invece di forzarlo. E anche ciò che i greci chiamavano oikonomia, la cura di ciò che si abita, che non produce nulla, ma permette che qualcosa avvenga.
Tieni questo pensiero e spostalo. Pensa a una cosa a cui tieni: una relazione, un figlio, un progetto, una squadra di lavoro, una parte di te che vorresti diversa. Chiediti se la stai trattando come qualcosa da 'fabbricare' - con obiettivi, scadenze, correzioni, risultati attesi - o come qualcosa da coltivare.
Cosa cambierebbe, domani mattina, se smettessi di volerla far crescere e cominciassi a curare le condizioni che la potrebbero, forse, farla crescere?
Il giardiniere lavora con un tempo che non è il suo. Semina in una stagione e raccoglie in un'altra, e a volte pianta alberi dei quali non vedrà l'ombra. Elena Pulcini la chiama capacità di futuro: prendersi cura di ciò che maturerà quando non ci saremo.
Non possiamo curare tutto, ma possiamo curare consapevolmente, con attenzione e dedizione, qualcosa. E attraverso questo, sentirci connessi e, da qui, sentire il resto.
Ora prendi un impegno minuscolo: torna da quella pianta tra tre giorni. Non per fare qualcosa, ma semplicemente per vedere che cosa è successo, come sta.
Tempo: 8-10 minuti, più tre giorni.
