Nei mesi scorsi abbiamo attraversato l'abbastanza - una pienezza che supera la privazione - e la cura, il gesto di chi coltiva invece di fabbricare.
Rileggendo oggi l'articolo sulla gratitudine che avevo scritto nell'agosto del 2023, mi accorgo che parlava già di ciò che stava sotto entrambe. Perché l'abbastanza si senta come pienezza e non come rinuncia serve gratitudine; e chi coltiva, prima di raccogliere, riconosce che il giardino dà, che la crescita si riceve e non si produce.
Appare chiaro alla riflessione che la gratitudine non viene per ultima, ma è il presupposto: la radice da cui tutto il resto può avere origine.
In due anni, però, una cosa è diventata ancora più evidente. La deriva che l'articolo denunciava — la gratitudine ridotta a ricetta, a obbligo, a moda — non si è attenuata.
Piuttosto si è, per così dire, ‘specializzata’, prendendo due forme.
Nelle organizzazioni è diventata dispositivo.
La recognition come leva, il riconoscimento come tecnica gestionale, e talvolta come surrogato affettivo della giustizia: “sii grato di avere un lavoro”, dove il grazie richiesto sostituisce il diritto negato.
Nelle persone è diventata rituale, routine mattutina o serale: le tre cose al giorno, il diario, la gratitudine come esercizio di ottimizzazione del benessere.
Due facce dello stesso movimento, la gratitudine trasformata in transazione.
Ma la parola dice altro. Gratus, da cui viene, è la stessa radice di gratis: la gratitudine appartiene all'ordine del dono, non a quello dello scambio.
È costitutivamente gratuita.
Questo la rende irriducibile a uno strumento: nel momento in cui la trasformo in transazione - un indicatore, una tecnica, un debito da pareggiare - smette di essere gratitudine.
Ne era consapevole già Seneca, che nel De Beneficiis riconosceva come il beneficio valga più per chi ringrazia che per chi riceve indietro.
E lo scriveva chiaramente, qualche anno fa, Elena Pulcini quando ricordava che il dono e la cura non chiedono di essere ricambiati. In questo la gratitudine si distingue dal saldare un debito: non chiude un conto, tiene aperto un legame.
La gratitudine è anche memoria. Marco Aurelio apre i suoi Pensieri con quello che si potrebbe chiamare un libro della gratitudine: un lungo elenco di persone e di ciò che, grazie a ciascuna di loro, è diventato. La gratitudine diventa riconoscimento di sé. Ricordare da chi e da cosa siamo stati fatti è già un modo di sapere chi siamo.
L’articolo che propongo di rileggere contiene, alla fine, alcune piccole pratiche che, liberate dall’aspetto performativo, ci consentono di stabilire una connessione grata con le persone intorno a noi, la Natura e quello che di buono, seppure minimo, ci accade ogni giorno.
ascoltalo qui.
Pausa riflessiva
Questa volta la nostra pausa riflessiva è solo una pausa.
Propongo di accompagnarla con la lettura le bellissimo piccolo libro di Rachel Carson, Brevi lezioni di meraviglia (Aboca, 2024) e con l'ascolto di What a wonderful world di Louis Armstrong. Qui in una ripresa della BBC.
La Natura è la prima destinataria della nostra gratitudine. La Natura, di cui siamo parte, è tutt'uno con la nostra vita. Senza di lei non c'è vita, senza di lei non c'è bellezza.
